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domenica 25 aprile 2021

25 aprile 2020

Gli piaceva quel piccolo alloggio, gli era piaciuto fin dai primi giorni di quasi sessant’anni prima. Questo pensava il signor Ferrero, seduto sul balconcino del soggiorno, al primo piano di quel vecchio palazzo.
Non era così per i suoi vicini, per cui tutto era “troppo”. Il soffitto troppo basso, i muri troppo spessi, i locali troppo piccoli e freddi e gli infissi troppo sottili. Ma loro erano giovani e si sarebbero affezionati col tempo.
Anche la famiglia del piano di sopra, all’inizio, non era soddisfatta. Se li ricordava bene, alle riunioni di condominio, sempre a lamentarsi, a discutere per il colore delle imposte, per l’ubicazione dei bidoni dell’immondizia. Gli era piaciuta la parola “ubicazione”, che dava un tono anche a quei litigi così sciocchi. Comunque lui andava a tutte le riunioni, e si divertiva un mondo. Guardava le facce, che di solito erano sorridenti, quando lo incrociavano sul pianerottolo, ma che in quelle occasioni diventavano scure e torve, o annoiate e infastidite. Però le discussioni finivano lì, senza strascichi, e il condominio tornava tranquillo.
Adesso non c’erano più state riunioni, e nemmeno incontri sul pianerottolo. Tutti stavano in casa, oppure sul balcone.
Guardò giù, oltre la ringhiera di ferro, verso la piazzetta laterale del paese, e poi su, lungo la stretta salita in pavé del centro storico. Non c’era nessuno, in strada, nemmeno i due vigili che controllavano chi portava a spasso il cane. Tutto vuoto, soltanto la musica usciva dalle finestre. Il sole era già caldo, in quella metà di aprile, ma i fiori non erano ancora arrivati nei vasi sui davanzali.
Sul balcone di fronte comparve la figura snella della signorina della panetteria. Sorrideva come sempre, e lo salutò come sempre, sforzando un po’ la voce per farsi sentire anche dalle sue orecchie deboli.
«Buongiorno signor Beppe, sto per andare a far la spesa. Ha bisogno di qualcosa?»
Lui ricambiò il sorriso e le chiese due cosette per la cena e il pranzo del giorno dopo. Per il resto era a posto: patate e cipolle ne aveva, pasta, fagioli in scatola, uova… sarebbero bastati per una settimana.
Viveva da solo, il signor Ferrero, da quando era morta sua moglie. I suoi figli erano ormai vecchi anche loro, e i nipoti erano quasi tutti lontani. Li sentiva al telefono tutti i giorni, i figli. Tra loro parlavano al computer, o su quei telefoni che sembravano dei televisori minuscoli. Il più giovane era andato a studiare a Berlino, addirittura. Quando glielo aveva detto sua nuora, le mani avevano cominciato a tremargli, e l’aveva guardata a bocca aperta.
«Stai tranquillo, papà» aveva detto lei gentile, «non è più come prima dell’89».
Il signor Beppe aveva stretto gli occhi. E cosa c’entrava l’89? Poi ricordò. Il muro, la Germania Est, la Russia comunista. Ah, baggianate!
Lui pensava al ’43, all’8 settembre del 1943.
Berlino era un posto strano, e i tedeschi, per lui, erano dei soldati, non gente normale. Camminavano impettiti, nelle loro perfette uniformi, anche sotto il sole rovente di Cefalonia. Li trattavano con educazione, ma senza rispetto, come dei servitori che possono sempre tornare utili.
Fino all’8 settembre. Allora gli italiani si erano trasformati in nemici, e in bersagli. Lui aveva visto i suoi compagni cadere sotto i colpi di quelli che sembravano alleati, era stato caricato su una nave, con un braccio rotto e lo stomaco squassato dai calci, e gettato a terra nella stiva. Vomitando sangue, aveva sentito i boati attorno a lui, e soltanto anni dopo aveva scoperto che erano le altre navi che esplodevano sulle mine e colavano a picco. Pensava di morire, ma non fu così.
Con le labbra spaccate dal sale e dalla sete, con gli occhi gonfi per i colpi e il dolore, era arrivato in fin di vita al campo di prigionia, in Polonia. Non ricordava nemmeno più quanto tempo era rimasto là, ma soltanto la gioia di quando i russi erano arrivati a liberarli.
Il signor Beppe scosse la testa. Non voleva pensare a quei giorni, ma era quasi impossibile non farlo. Alla Tv la gente si lamentava della “prigionia”, di quel che stava facendo il governo. Diceva che costringerli a casa era una “dittatura”, un “tradimento”, una “schiavitù”.
Il signor Ferrero fece una risatina, e due lacrime gli scivolarono sulle palpebre. Come cambia il significato di certe parole, pensò. Lui sì che aveva conosciuto un vero dittatore, uno che si metteva le mani sui fianchi e urlava da un balcone come il suo, parlando di conquiste e di potere invece che di morti e miseria. Lui sì che conosceva il vero tradimento, la vera prigionia.
Fece un respiro profondo e si aggrappò alla ringhiera per alzarsi. Sotto di lui la strada lastricata aspettava che piedi intorpiditi tornassero a calpestarla, che gambe ferme da troppo tempo si riprendessero quello spazio.
Tra poco sarebbe arrivato il 25 aprile, il numero settantacinque, forse l’ultimo per lui. E anche questa volta avrebbe ringraziato tutti quelli che avevano lottato, che si erano sacrificati per riportare l’Italia alla libertà.
Il campanello squillò due volte e lui vide, sotto il balconcino, il sorriso della panettiera, che gli stava portando la spesa.
Ah, come si stava bene in quell’Italia libera!

mercoledì 27 marzo 2019

Due settimane per raccontare

Un incontro casuale al parco
di Camilla Versino

Veronica guardava il laghetto davanti a lei senza interesse. La borsetta poggiata al suo fianco sulla panchina verniciata di verde, il golfino lasciato mollemente sullo schienale e le sue mani intrecciate in grembo aggiungevano alla sua espressione malinconica un tocco trasandato. Quando lui le si sedette al fianco, lei trasalì. Le era andato vicino, ma non l’aveva degnata di uno sguardo, come se il suo obbiettivo fosse solo di sedersi e riposarsi.
Veronica ne fu sorpresa perché in realtà si conoscevano molto bene e quasi indispettita per non aver ricevuto neppure un minimo saluto, continuò a guardare davanti a sé attendendo l’evolversi delle cose.
L’uomo si beava della frescura della giornata, aveva lo sguardo immerso nei pensieri e Veronica provò ad immaginarli.
“Sicuramente starà pensando alle montagne, alle gite con le figlie e le nipoti… Ha un viso disteso e sereno, non è concentrato sui suoi affanni ed è bello vederlo così, una volta tanto”.
Stettero così per tre ore buone, l’uno a sorridere e l’altra ad immaginare, finché a un certo punto l’uomo si alzò, si girò verso Veronica e la salutò cordialmente.
Lei lo guardò con tenerezza.
«Papà, ti riporto a casa, è tardi!»

lunedì 25 marzo 2019

Due settimane per raccontare

Un gioiello di famiglia
di Carmen Bassetti 

Quella mattina il caldo era già insopportabile fin dalle prime ore. Per fortuna la casa della nonna aveva muri spessi quasi un metro e le stanze del pianterreno erano fresche e profumate di erbe, stese ad essiccare vicino alle finestre a nord.
Ma perché proprio a nord? Mi chiesi. Ho sempre visto le erbe messe all’ombra ma non certo a nord! Mamma diceva sempre che a nord è la parte più fredda anche di notte, quindi, perché nonna le ha messe proprio lì? Ci sarà certamente un motivo: lo scoprirò presto.
Intanto vagavo da sola in casa, erano tutti ai campi per la mietitura ed io, troppo piccola, non potevo parteciparvi. “Troppo pericoloso!” Tuonava il nonno. “Non voglio che Linda si faccia male! Meglio che stia a casa. D’altro canto è già abbastanza grande per badare a se stessa”.
E così ero sola, che bello! Potevo curiosare dappertutto, soprattutto dove la nonna non voleva che io ficcassi il naso. Sì, perché quando la mattina presto scendevo ancora assonnata, lei era già lì, in cucina, da tempo intenta a preparare le formaggette col latte che il nonno aveva appena poco prima munto.
La cucina era piccola, accogliente, sempre la stufa accesa, anche in piena estate. Già, la nonna ci cuoceva di tutto, dalla minestra con i sapori dell’orto al coniglio che il giorno prima aveva finito il suo “soggiorno in fattoria”.
L’idea di frugare nei cassetti del vecchio buffet mi venne d’impulso, certo non avrei mai pensato di poter scovare un vero tesoro.
Ma andiamo per ordine. Il buffet da sempre mi attirava, con i suoi “cimeli”, i ricordi e le stoviglie di un lontano passato, così, non vista, azzardai una mossa. Aprire il cassetto chiuso a chiave! Già, ma dov’era la chiave? Le pensai tutte poi… dall’uscio spuntò una gallina che col suo coccodé, coccodéee mi distrasse non poco.
Cosa ci fai qui? Le chiesi. Ma lei se ne andava gironzolando per la cucina con indifferenza. Almeno così mi sembrò, perché la gallina (chi è che sostiene non siano intelligenti? Tutti gli animali sono molto intelligenti) piano piano si avvicinò ad una mensola, con un balzo salì e si mise a beccare.
La chiave!  Esultai. Aprii il cassetto di furia (da un momento all’altro poteva arrivare la nonna) e con sorpresa trovai un quaderno. Un solo quaderno, molto vecchio, copertina nera. Lo sfogliai con la fretta di quello che si sente braccato e…
Era un diario. Il diario della nonna!
Segreti? Chissà.

venerdì 9 febbraio 2018

Corso di scrittura narrativa a Coazze

Giovedì 1 marzo avrà inizio il
Corso di Scrittura narrativa
presso i locali dell'Ecomuseo di Coazze Viale Italia '61, 3
Il corso è tenuto da Maria Teresa Carpegna, in collaborazione con 
l'Ecomuseo dell'Alta Val Sangone 
e con Periale Edizioni

Le lezioni, di due ore ciascuna, avranno luogo per quattro giovedì consecutivi, dalle ore 18,00 alle ore 20,00
Date: 1, 8, 15 e 22 marzo

I partecipanti sono invitati ad esercitarsi a casa con la scrittura di due racconti. Al termine del corso si terrà, venerdì 6 aprile alle ore 21, nella Sala Conferenze dell'ecomuseo,  l'esposizione dei racconti al pubblico, con letture a voce alta e presentazione facoltativa dei singoli autori.  

Costo dell'intero corso 100 euro
Il corso si terrà con un minimo di 6 iscritti

Per iscrizioni e informazioni: 
mariateresa.carpegna@gmail.com
turismo@comune.coazze.to.it
periale.edizioni@gmail.com


Il corso è indirizzato a tutti coloro che vogliono conoscere o approfondire le tecniche narrative, per la stesura di romanzi o racconti e per affrontare i passi che possono portare alla pubblicazione

Alle lezioni teoriche alterneremo l'analisi delle tecniche stilistiche e narrative dei migliori autori.


- Da dove nasce un romanzo? Qual è la spinta valida per scrivere? Il talento si può creare?
Cosa cerca un editore in un testo, per trasformarlo in un libro di successo?
- La mia scrittura deve essere spontanea o seguire regole ferree?
Cosa distingue un bel romanzo da un romanzo mediocre? Che differenza c'è tra un racconto e un romanzo?
- Come si creano personaggi indimenticabili?
- Qual è il genere più adatto al mio stile?
- Come posso alternare in modo efficace scene d’azione concitata, momenti riflessivi, dialoghi brillanti e descrizioni coinvolgenti?
- Ho scritto cinquanta pagine di getto, ma adesso non riesco a proseguire. Esiste un metodo per uscire dal blocco dello scrittore?

Queste sono soltanto alcune delle domande a cui cercheremo di dare una risposta, che sia valida per ogni partecipante, ma che evidenzi le singole voci narrative di ciascuno.

Perché scrivere è sempre una fantastica avventura.

giovedì 30 giugno 2016

Al di là, l'Aurora, di Milena Barella. Racconto vincitore del Marengo d'oro 2015


Ero il figlio di un dio sbadato che mi ha messo nel corpo sbagliato; i miei primi trenta anni li ho passati a strisciare lungo i muri, come fanno i topi per non essere scoperti.
Ho trascorso la vita a cercarmi, poi nel tumulto di una notte ho capito che io c'ero.

Il fumo s'innalza davanti al mio occhio, che scruta la notte attraverso la vetrata del pronto soccorso.
L'altro occhio é coperto dalla borsa del ghiaccio che vi tengo premuta.
Stringo il bicchiere di carta, caldo del tè che sto sorseggiando.
Sono sotto osservazione da ieri sera, quando un'ambulanza mi ha raccolta, coperta di sangue da far schifo, in una strada ben frequentata: ciò non é bastato a fermare un gruppetto di ignoti dal darmele di santa ragione. Nessun testimone, per me.
Sono stata fortunata, non hanno riscontrato lesioni gravi, solo qualche taglio e tanti lividi.
Appena farà giorno, se cammino dritta e non vomito, mi dimetteranno.
Mi é andata bene per essere la prima volta che le prendo, fa male, molto, ma le ferite si riassorbiranno.
Di solito vengo aggredita in metro, al mercato, negli ospedali, nei bar, una volta persino in banca dal cassiere: si tratta perlopiù di sguardi incagliati, allusioni, derisioni. Questi sono lividi invisibili, ma bruciano forte dentro l'anima: é un veleno che s'insinua nella carne, come la gramigna, talmente profonda da non scavare mai abbastanza per sradicarla.
Questo posto é stata per un po' la mia seconda casa: so dove si trovano il bagno, la mensa, l'accoglienza e soprattutto il reparto macelleria.
Quando vi sono entrato sei anni fa, di nome facevo Tommaso.
Mi hanno intrattenuto con lunghe attese, cure, psicoanalisi e masticato per benino fino al giorno dell'intervento. Adesso che mi é stata "concessa la libertà" sono diventata un boccone troppo amaro da digerire.
Avvicino il bicchiere al vetro e nell'alone del vapore che lo imperla, traccio col dito il nome che ho sempre sognato per me, oggi mi chiamo Aurora.
Sono fiera di essermi pagata gli interventi col duro lavoro, senza prostituirmi, alla faccia di questo sistema subdolo che si finge tollerante mentre affonda la lama. Io sono un meccanismo difettoso che va tenuto dentro il filo spinato: non sanno come aggiustarmi.
Se mi osservi noterai il caos: ho un rossetto vistoso, spalle larghe, mascella pronunciata e fra le gambe una voragine con su scritto "lavori in corso".
Sono un cantiere ancora aperto: sebbene abbia concluso gli interventi con il corpo, non ho chiuso i conti con la mente.
Il mio volto ha mantenuto i tratti mascolini nonostante la cura di ormoni; mi é stata consigliata una soluzione di chirurgia estetica, ma non possono obbligarmi. L'ultimo ricordo di Tommaso non me lo strapperanno: ci ho litigato sino allo sfinimento, però gli ho voluto bene e nessuno può costringermi a dimenticarlo.
Torno a sedermi, la testa vortica e penso a mia madre.
La ricordo intenta a cucinare col suo grembiule a fiori e un fazzoletto a trattenere i riccioli.
Un giorno misi i suoi vestii e il suo rossetto, e quando quel deficiente di mio fratello fece la spia, lei rimase in silenzio senza guardarmi, e mi chiuse in camera senza la cena.
Era troppo arguta per non comprendere ciò che ero, però continuò a fingere di non vedermi. Tuttavia la misi in imbarazzo un'infinità di volte e mi perdonò sempre.
Ero piccolo, non capivo il disagio che mi straziava e quando da grande provai a parlarne fui escluso, emarginato.
Mi schernivano quando giocavo a calcio, ammiravo le bambine pettinare le bambole, avrei voluto vivere serenamente la mia emotività e alla fine ho imparato a fingere.
Mi sono scavalcato, violentato in nome di compagnie effimere; quando fui abbastanza maturo e logoro da capire che sarei comunque rimasto solo, esplosi.
E ferii mia madre, obbligandola a guardarmi per quello che sono. Quella volta non ci fu perdono.


Verso le quattro una coppia di anziani varca la soglia del pronto soccorso.
Lui é sul lettino con una flebo inserita nel braccio. Bisbiglia alla moglie per tranquillizzarla.
Attendono che l'operatore si allontani per sbrigare le pratiche, poi si danno timidamente la mano.
Lei ne accarezza il dorso, sorride dolcemente. E' minuta, ma c'é una forza immensa nello sguardo basso dal contegno dignitoso.
Lui sussurra parole in dialetto, non le capisco, ma sono quiete, ancora innamorate.
Non riesco a staccare lo sguardo, vorrei tanto far parte del quadro.
Ad un tratto l'operatore torna. Staccano le mani a fatica e lei gli sfiora la guancia con un bacio.
Rimaniamole sole. Scambiamo un saluto e mi si avvicina.
" Cosa le é capitato signora? "
La osservo perplessa e penso che la donna abbia problemi di vista, ma l'accontento e racconto.
Ascolta preoccupata, si porta la mano alla bocca, poi prende la mia e sorride.
Mi tiene compagnia parlandomi della sua vita, di come si tiene un'orto, si fa il pane, come si allevano le capre.
Mi mostra una ricetta che custodisce gelosamente in borsa e ne legge gli ingredienti, allora capisco che non ha bisogno di occhiali: mi ha vista, gliene sono grata e mi sento viva.
Ho la beata sensazione di essere tornata bambina, vicina a mia madre.
Quando manca un quarto alle sei un dottore esce dalla porta, la cerca: il suo volto é un libro aperto.
La sento irrigidirsi, non fa domande, attende rassegnata le parole del medico.
Si alza, mi osserva commossa mentre mordo un labbro per nascondere le lacrime. Il suo sguardo ha oltrepassato la speranza.
Mi regala un bacio sulla fronte, io le stringo convulsamente la mano, quel dono inatteso fa vibrare la mia speranza.
Rimango sola, frastornata.
Rivivo le loro carezze, i sussurri, l'ultimo sguardo consapevole, accolto con tale dignità da farmi scordare tutte le mie ferite.
E di farmi vergognare del tempo perso a esitare.
Nessuno a questo mondo é giusto o sbagliato. Siamo arabe fenici nella vita che ci attraversa: risorgiamo ogni dì liberi di essere, al di là dei pregiudizi.

Oltre il vetro guardo sorgere un nuovo giorno e mi vedo, proprio lì, tra il buio della notte alle spalle e l'alba dinanzi: io ci sono, io sono l'Aurora.

martedì 5 aprile 2016

Laboratorio: dall'idea al libro

Dall’idea al libro

Laboratorio di scrittura narrativa
a Giaveno
sabato 16 aprile
orario:
mattino 9,30 – 12,30
pausa pranzo
ripresa 14,30 – 17,30
Costo 50 euro
Per informazioni:
mariateresa.carpegna@gmail.com

Come nasce e come si sviluppa una narrazione? 
Che differenza c'è tra un racconto e un romanzo e perché i primi faticano ad essere diffusi in Italia? 
Se esistono delle regole o delle tecniche da applicare per creare un’opera narrativa valida, sono le stesse per tutti i generi narrativi?
Quanto è importante la lettura per diventare scrittori?
Una volta terminata la stesura, quali sono i passi da compiere per sottoporre un’opera ad una casa editrice?
Cosa cerca un editore in un testo, per trasformarlo in un libro di successo?

  Se almeno una volta vi siete posti queste domande, significa che la scrittura narrativa fa per voi.

  Il laboratorio alternerà lezioni teoriche all’analisi di testi narrativi di successo. Nel corso della giornata i partecipanti sono invitati ad elaborare un traccia, che si trasformerà via via in racconto (senza alcun obbligo di condivisione).

Scrivere è sempre una fantastica avventura

giovedì 4 febbraio 2016

Gabriella Tessa, L'ultima volta

Lo sbirciò da dietro le spesse lenti che ormai era costretta a portare. A essere onesti, non lo trovava così bello da molto, molto tempo, non ricordava nemmeno più da quando.
Forse era stata la volta che Marilù li aveva scarrozzati per la campagna con l'auto decappottabile. Rivedeva  il cielo terso di aprile chiazzato di poche piccole nuvole che si inseguivano sopra le loro teste spettinate dal vento. Erano scesi nei pressi di un prato punteggiato di fiori e lui si era incamminato a grandi falcate in mezzo all’erba che gli saliva fin quasi a mezza coscia. Mentre Marilù stendeva la tovaglia a scacchi bianca e rossa e vi riponeva sopra il cesto di vimini pieno di ogni ben di Dio, con la coda dell'occhio lei aveva visto le  spalle squadrate di lui spuntare tra i fili d'erba e si era chiesta cosa diavolo ci fosse là in mezzo per fargli sfidare le ginocchia scricchiolanti. Poi se lo era ritrovato davanti con la manona screpolata che le porgeva ranuncoli e bocche di leone sistemati in un bel mazzo ordinato. Le aveva fatto tenerezza vederlo grande e grosso, con la testa canuta e gli occhi un po' appannati, sfoderare un sorriso pieno di promesse, come se tutta l'acqua passata sotto i ponti in quei decenni trascorsi insieme non avesse attenuato proprio niente, semmai solo un po’ addolcito.
O era stato quando il loro Tommy li aveva lasciati una fredda giornata di novembre. Quell’inverno e nei mesi successivi, mentre lei si aggirava per casa come un fantasma abbracciato al suo dolore, lui lottava per mantenere senno e pazienza, come un equilibrista a mani nude su una fune a dieci metri da terra  lotta contro la legge di gravità, ben conscio che un'eventuale caduta avrebbe significato la fine per tutti e due. Quando finalmente era riuscita a sporgersi dal pozzo della sua disperazione lo aveva trovato lì ad aspettarla, smagrito, stanco, con gli occhi buoni colmi di sollievo. E lo aveva scoperto infinitamente bello, come se il dolore gli avesse grattato via la superficie, per rivelarne l'anima.
Oppure la volta della sua unica colossale sbornia a casa di Pitt. Lui, sempre così parsimonioso di colpi di testa, quella sera aveva bevuto una tale quantità di Franciacorta, più un paio di bicchierini di Scotch, che a un certo punto Pitt e suo figlio lo avevano dovuto infilare in macchina di peso. E lei che non amava guidare era stata costretta a sfidare al volante quella trentina di chilometri, con la notte che si infilava dai finestrini inghiottendo tutto tranne loro due. Era stata l’unica volta in tanti anni che si era presa cura di lui. Una volta a casa sani e salvi, dopo averlo spogliato e sistemato sotto le lenzuola chiamandolo “vecchio ubriacone”, gli si era accoccolata accanto vestita di tutto punto e allora lui si era messo a piangere come un vitello e non la finiva più di tirare su col naso cercando la sua mano sopra il copriletto, mentre lei gli pizzicava le guance tragicomiche inondate di lacrime. Avevano dormito così, lui in canottiera e mutande e lei in tailleur e scarpe col tacco, proprio come due divi in una commedia americana.
E ora eccolo lì, composto e limpido, come sempre attento a non darle dispiaceri. Fino alla fine. Appena si era reso conto che la sua testa non riusciva più a metterla al centro di ogni pensiero aveva preferito andarsene e si era addormentato, quietamente, per non turbarla oltre il dovuto. Lei aveva mandato  tutti via, non aveva voluto sentire ragioni. Quella sarebbe stata l’ultima notte con lui ed era solo sua.

Gabriella Tessa è insegnante e vive a Giaveno
Ha collaborato alla raccolta di racconti Venti di montagna, Echos edizioni 

Daniela Negro, La cerata a limoni

Ersilia si asciugò le mani nel canovaccio di tela e si sedette al tavolo della cucina.
Il sole del pomeriggio disegnava righe ondulate sulle tendine.
Era ora di cominciare a fare gli scatoloni, lo sapeva. Il giorno dopo all’agenzia ci sarebbe stato il compromesso per la vendita della casa e a fine mese l’atto dal notaio. Poi, la casa di riposo.
Chiuse gli occhi e pensò ai suoi figli, Valeria e Andrea.
«Dai, mamma, vedrai che lì ti troverai bene. Verremo a trovarti ogni settimana, promesso! Qui non ci puoi più stare, lo capisci anche tu, vero? Da quando non c’è più papà è pericoloso. Senza ascensore, poi! Eddai, mamma, schiodati! Non vorrai mica che la gente pensi che vuoi più bene alla casa che ai tuoi figli?».
Le sembrava di sentirle, le voci dei suoi ragazzi, quella ininterrotta e nervosa di Valeria, quella rada e asciutta di Andrea. Così diversi tra di loro, così compatti nel convincerla a vendere la casa. Avevano bisogno dei suoi soldi per le loro nuove vite. Era giusto così.
Aprì gli occhi e la casa la salutò. La macchia di umido sul soffitto, fiori di ceramica alle pareti,  la macchina da cucire nell’angolo. Mille oggetti, mille ricordi. Provò ad ascoltare: la radio lì vicina, sempre accesa per le sue adorate canzoni, da sopra i tacchetti di Rosa pronta ad uscire per il suo giro, fuori le voci dei ragazzi scesi al capolinea dell’autobus. Voci di una casa di borgata: Dove l’aria è popolare, è più facile sognare che guardare in faccia la realtà.
Cercò di alzarsi ma il mal di schiena si fece subito sentire con una fitta che le strappò un lamento: dovette risedersi. Avevano ragione i ragazzi, lì non ce la poteva più fare: le amiche mica la aiutavano a far le scale, la spesa non veniva su da sola, e se poi le fosse capitato di star male, Dio mio che cosa sarebbe successo, loro non potevano certo telefonare tutti i giorni!

Ersilia passò  la mano sulla tovaglia del tavolo. La cerata a limoni. Ricordava ancora quando l’aveva comprata, tanti anni prima, al mercato di Tor Vergata. Splendidi limoni gialli con le foglie verdi avevano rallegrato la cucina, e non l’aveva più voluta cambiare, neanche quando il tempo aveva cominciato a lasciare i suoi segni; era diventata un po’ ruvida e appiccicosa, eppure lei l’aveva lavata tutti i giorni per poi appoggiarci sopra il suo lavoro da sarta. Aveva dovuto smettere quando l’operazione alla cataratta era andata male, ma le sue signore continuavano a venirla a trovare lo stesso, per il buon profumo che c’era nella casa, dicevano, profumo di pulito e di caffè.
Si guardò intorno e decise: doveva buttare via qualcosa, non aveva senso portare troppe cianfrusaglie nel garage che avevano affittato per metterci la roba. Con un gesto rabbioso strappò via la tovaglia e la lasciò cadere a terra. Rimase stupita a guardare il piano di legno del tavolo: la cerata l’aveva preservato benissimo, il colore era ancora vivo e chiaro come quando lei e Marcello l’avevano comprato, infiniti anni prima. Però c’erano dei segni. Si avvicinò per guardare più da vicino e passò da un sorriso all’altro, scoprendo le tracce di una vita intera: l’adesivo della Barbie incollato di nascosto da Valeria, una macchia di vino filtrato attraverso un taglio fatto da Marcello, forse in uno dei suoi attacchi d’ira, il piccolo cerchio nero di una sigaretta, sicuramente un dispetto di Andrea quando a tredici anni  aveva cominciato a fumare. Qualcosa in un angolo; si avvicinò quasi a sfiorare il tavolo con il viso. Una frase scritta a biro. Ersilia si aggiustò gli occhiali. Je ne t’oublierai jamais, mon amour e due lettere intrecciate: E R    
L’ondata dei ricordi le piombò addosso all’improvviso, lasciandola senza fiato. Roland. Il suo amore. Il pensiero di ogni sera per tutte le sere. In un attimo tornò ai quei giorni di tanti anni prima. Allora i bambini erano piccoli, e lui era il padre di una loro compagna di classe sempre malata che si era rivolto a lei per i compiti:
«Abbia pazienza, signora, sono un ragazzo padre!».
Quella sua autoironia l’aveva conquistata. Quanto avevano parlato! Per quanto tempo interminabile erano rimasti a guardarsi negli occhi, lottando tra quello che volevano e quello che non si poteva.
«Per me il tuo matrimonio è un muro invalicabile». Per lei invece erano stati i bambini: non avrebbe mai potuto portarli via al padre, neppure ad un padre così. E quando a Roland era scaduto il contratto come lettore di francese al liceo di periferia in cui era stato assunto per un anno, avevano deciso insieme che non si sarebbero più visti. Si erano regalati solo un’ultima,  intera giornata in centro, a Roma; i baci a Villa Borghese, gli sguardi incatenati, l’ultima frase:
«Non ti dimenticherò mai. E i ricordi, lo sai, nella vita sono tutto». Quell’ultimo bacio, nel disperato tentativo di fermare il tempo.
Si alzò senza ascoltare il dolore alla schiena e andò al telefono:
«Pronto? Sì, signorina, volevo dirle che avrei… ho cambiato idea. Proprio così, non vendo più».                    

Roland era tornato da lei, per aiutarla a prendere la decisione giusta. Fino alla fine. 

Daniela Negro è insegnante e vive a Giaveno.
Ha collaborato alla raccolta Venti di montagna, Echos edizioni

Cristina Petrini, Il profumo della memoria

Sabato mattina, inizio di settembre. Troppo vicino alla fine delle vacanze per potersi prendere una nuova pausa. Ma qui non si trattava di una pausa. Occorreva lasciare andare via una cosa molto importante.
Erano nel piccolo orto antistante la vecchia casa di Amalia. Quante cose da salvare, prima che i nuovi proprietari prendessero possesso di ciò che avevano acquistato. Ci sarebbe voluto molto più tempo, ma mio padre non avrebbe potuto rimandare di un paio di settimane l’appuntamento con gli svuotatori di case? Avevano provato a farlo loro ma c’era troppa roba ammucchiata, troppa ‘rumenta’. E così quel giorno era andata solo l’anziana zia a controllare e a mettere in salvo e loro come degli stupidi a lavorare mentre avrebbero dovuto essere lì con lei.
«Avevo messo da parte quel servizio di bicchierini di vetro sottile, ma quelli avevano fretta di finire, un colpo e via erano lì a terra, calpestati. Non sono arrivata in tempo neanche a salvare la vecchia culla in legno e la seggiolina di canne da bimbi. Erano troppo lesti ed io troppo lenta ad intervenire nel dire quello sì e quello no. Però questo attaccapanni in legno l’ho messo da parte e anche la pietra pomice a forma di fuso e la vecchia caffettiera alla napoletana e il macinino a mano…» disse zia Tere.
In tutti quegli oggetti risiedeva una parte della sua memoria di bambina. Era lì depositata, ma viva nella mente. Riguardare quei singoli pezzi nel momento in cui avrebbero per sempre lasciato quel posto e trovato un'altra collocazione le diede la sensazione di fine. La nonna Amalia se ne era andata molti anni prima, ma finché loro erano tornati ogni primavera per fare l’orto, a mangiare carne alla griglia sotto la ‘topia’ all’ombra della vite di uva fragola  e a prendere il caffè nelle sue tazzine, era come se lei fosse rimasta lì.
Avevano recuperato tutto il possibile, ma quella mattina era come se nessuno volesse abbandonare il posto.
Cominciò a gironzolare per l’orto, da anni non più coltivato e ricoperto da un bel manto di erbetta verde che il vicino aveva provveduto a tenere ad altezza accettabile. Andò a visitare il melograno che aveva piantato suo fratello e l’alloro accanto. Poi si avvicinò a dove crebbe il suo pino. I vicini avevano voluto che lo abbattessero perché avrebbe potuto cadere sulla strada. Fandonia, terribile. Raccolse un pezzo di corteccia per tenerlo come reliquia di albero e di fanciullezza. S’ avvicinò al piccolo appezzamento delle rose per trarne alcune e farne talee da ripiantare e lo stesso fece con i bulbi dei giacinti. Dietro la ‘topia’ sua nonna teneva un pezzetto di terra dedicato ai giacinti e ogni aprile quel pezzetto diventava tutto rosa e verde e profumatissimo. Allo stesso modo in maggio fiorivano le rose di diverse varietà e colori. Con una piccola zappa rimosse alcuni bulbi.
«Abbiamo preso tutto?»
«No, aspetta ancora un momento».
Volle guardare ancora una volta la casa, dentro: la cucina che d’inverno sapeva di brodo di carne e poutagé, la cantina piena di attrezzi da campagna e bacinelle e secchi, con il piccolo lavello in pietra e un unico rubinetto di acqua fredda; la scala lunga e dagli alti gradini che portava di sopra con il mancorrente in legno che suo padre aveva costruito per renderla più sicura. E poi ancora le camere che sapevano di polvere e naftalina e vecchi libri nascosti dietro tende negli armadi a muro. Volle affacciarsi alla finestra ancora una volta prima di chiudere la ‘gelosia’. Che bel pezzo di terra piana aveva la nonna proprio di fronte a casa. Peccato non aver potuto tenerla. Peccato davvero.
Ancora pochi passi in giardino, un’occhiata al pollaio. Si va, si lascia.
La macchina è carica di un sacco di cose che troveranno altrove un nuovo posto. Le rose continueranno a fiorire e lo stesso faranno giacinti. Li ha piantati con cura e spera che si trovino bene nel nuovo terreno meno argilloso, più roccioso. Ci vorrà magari un po’ di tempo per attecchire.
Ma c’è già un nuovo aprile, un nuovo maggio. I giacinti spuntano verdissimi tra il verde tenero. Hanno passato l’inverno. Le rose germogliano sui vecchi ceppi.
Si china ad annusare il grappolo dal color rosa tenue, lo accarezza e quello che sente per lei è tutto. È inizio.

Cristina Petrini vive a Rivalta e ha pubblicato due romanzi: 
Niente è come il mare, Edizioni Seneca
Camminando sul confine, Echos edizioni                                                         


lunedì 14 settembre 2015

Pieces of heaven, di Roberta Novarino

Il venticello rinfresca il clima caldo, accarezzando con tocco leggero i fili d’erba, onde astratte che si fondono con quelle del laghetto, nel quale si specchia l’imponente massiccio del Monte Rosa.
È un giorno qualunque di fine agosto: stormi di passeri creano nel cielo azzurro figure astratte, muovendosi al ritmo di una musica diffusa soltanto tra le nuvole. Il fruscio delle foglie appena scosse dal vento si confonde con lo scrosciare del Lys, che passa al di sotto del caratteristico ponticello in legno: in lontananza fa capolino, tra le imponenti fronde di conifere, una delle torrette del castello appartenuto a due generazioni della famiglia Savoia.
Alcune persone passeggiano sulla carrareccia che si inoltra sino a Gressoney la Trinité, altre osservano silenziosamente il paesaggio che li circonda, godendosi gli ultimi tiepidi raggi pomeridiani.
Il sole gioca a nascondino con il Liskamm, rendendo la neve dei grandi ghiacciai di una tonalità rosea: poche nubi sulle sfumature del rosso contornano il cielo, creando un contrasto di chiaro scuro senza paragoni.
I vecchi stadel sono ora popolati dalle nuove generazioni, che ritornano nel segno del passato e dei propri avi: le rustiche abitazioni in legno, con i tetti coperti per mezzo di grandi lose, ben si adattano a questa vallata selvaggia e inviolata.
La città di Gressoney Saint Jean è sì cresciuta, ma l’atmosfera che si respira, come l’aria fresca aromatizzata dall’odore pungente di muschio e resina, è sempre la stessa: su quei prati, una bambina dai lunghi capelli biondi gioca con un enorme pallone rosso…
Nello stesso luogo, qualche stagione dopo, una ragazza siede sulle rive del laghetto, stilografica alla mano, per imprimere su un foglio di carta, per mezzo di parole, il suo tramite preferito, le sue emozioni; in fondo, quel legame con il suo passato, con un piccolo angolo del suo paradiso, è e sarà per sempre indissolubile.




lunedì 7 settembre 2015

L'aquilone, di Linda D'Addio

Il nonno riposava all’ombra fresca e profumata del pergolato. Le mani, nodose e torte dall’artrite, pendevano mollemente dal bordo del bracciolo della sedia a rotelle.
Dalla cucina che affacciava sul cortile proveniva il familiare rumore delle antine della credenza aperte e poi richiuse, il movimento dei tegami e lo scorrere dell’acqua nel lavandino.
Mentre preparava cena, sua figlia Emma, guardò verso il giardino e accarezzò con lo sguardo le tre figure silenziose sedute lì fuori: i genitori anziani e la sua bimba di sette anni.
Suo padre aveva il capo leggermente piegato da un lato: lo sguardo spento seguiva il ronzare sommesso delle api intente a bottinare tra i fiori del glicine. Seduta accanto a lui stava la nonna, odorosa lei stessa come il sacchettino di lavanda posto nel cesto del cucito che teneva in grembo; era china su un rammendo che di tanto in tanto posava per carezzare ora la mano avvizzita del marito, ora la pelle liscia e tenera delle gambe della nipotina, allungata sulla sdraio, spensierata, come lo si può essere solo a quelle età, intenta a soffiare nelle bolle di sapone.
D’un tratto, gli occhi grigio azzurri del nonno, a dispetto dell’Alzheimer incalzante, ripresero colore e vivacità e si rivolsero alla moglie porgendole una richiesta silenziosa.
Erano passate già alcune settimane da quando aveva pronunciato l’ultima parola, “Tilde”, la sua compagna da sempre, per poi ritirarsi in un suo mondo muto. Ogni giorno più lontano dalla realtà, cercava caparbiamente di aggrapparsi ad essa attraverso mozziconi di ricordi adesi l’uno all’altro come le bolle di sapone di Alice: legame delicato, inconsistente, pronto ad evaporare come un sogno al primo alito di vento.
Intanto, Alice volse il capo verso casa e gridò:
«Mamma! Abbiamo fame!»
«Ma è quasi ora di cena» contestò la mamma dalla cucina, «comunque, ok, vi porto qualcosa».
Pochi minuti dopo arrivò con succo di frutta e paste di meliga. Con l’angolo del grembiule pulì uno spazio sul tavolo da giardino, per posare spuntino e bicchieri, dopo aver spostato con il gomito le cesoie, alcuni bastoncini di bambù e i guanti da giardinaggio rimasti lì dimenticati.
Il nonno allungò la mano verso il tavolo e Tilde, premurosamente, gli porse il bicchiere ma lui fece cenno di no col capo.
«Vuoi un biscotto?». Ma ancora un no, deciso, infastidito.
«Cosa vuoi nonnino?» disse Alice e lui con le dita indicò le cannette di bambù.
«Queste?» chiese la bambina porgendogliele. Il nonno sorrise, poi si tese verso il cesto da cucito e prese forbici e filo: dispose le bacchette a croce e cercò di legarle maldestramente.
Tilde gli chiese con dolcezza cosa volesse fare e lui, inaspettatamente, pronunciò a fatica: «Carta».
A quella parola inattesa, Alice balzò in piedi, mentre la nonna, ora in piedi anche lei, euforicamente, quasi gridava: «Un aquilone! Vuoi fare un aquilone!».
Il viso del nonno si accese in un sorriso.
«Sai che il nonno» disse Tilde alla bimba, «che ha fatto il maestro per tanti anni, insegnava ai suoi allievi la geometria costruendo aquiloni? Con la carta spiegava come son fatti i triangoli e i rombi e anche gli angoli retti! Li studierai anche tu più avanti. Ora vai dalla mamma e chiedile, per piacere, carta sottile, come quella che c’è nelle scatole delle scarpe, e prendi anche lo scotch, la pinzatrice e anche i tuoi pennarelli».
Alice schizzò verso casa per tornare poco dopo con tutto il materiale.
La nonna si mise al lavoro: il nonno annuiva; la bimba un po’ aiutava, un po’ saltellava elettrizzata. In un niente, un grande aquilone, con i quadranti decorati da Alice e la coda di anelli di carta, fu pronto.
Intanto si stava alzando la fresca brezza del tramonto: sembrava venuta apposta per sollevare la loro opera. Qualche tentativo incerto e poi ecco che carta, disegni, ricordi, desideri e amore volarono in alto, fremendo al vento come foglie di pioppo, trattenuti appena dal filo sottile.
«Mamma! Corri! Vieni a vedere i triangoli volanti!» gridava la bambina  battendo le mani.
In cielo, l’aquilone colorato inseguiva nuvole rosa e voli di cornacchie dirette ai posatoi notturni.
Sul tavolo sotto il pergolato brillavano leggermente le impronte iridescenti delle bolle di sapone.
Il nonno guardò in alto, lontano e rise.                                                                                                                     

giovedì 3 settembre 2015

Ciao, di Mauro Lenta

Ciao,
se hai un minuto, ti racconto una cosa straordinaria che mi è capitata.
Mentre passeggio in mezzo a un prato, godendomi la solitudine e la tranquillità, osservo. Ci sono fiori ovunque, alcuni all’imbrunire si chiudono mentre altri si aprono.
Sai, ci sono fiori per le farfalle diurne e anche fiori per le farfalle notturne.
Intanto guardo i caprioli che saltano, i leprotti che corrono, gli scoiattoli che arrampicano.
Se stai attento puoi ancora sentire i picchi che battono, e vedere gli aironi che pescano, le poiane che cacciano.
Oh, forse il minuto è passato, ma ho ancora alcune cose da dirti e, se hai ancora un poco di tempo, non ti dispiacerà di avermi ascoltato.
Vedi con me la biscia d’acqua che fruscia, un topolino che scappa, una ghiandaia che gracchia e, mentre il cielo si fa scuro, emergono le stelle, arrivano le lucciole, i grilli cantano e passa un pipistrello.
E, finalmente, la cosa straordinaria: io sono qui, innamorato, legato per sempre allo sguardo e al sorriso di una foto in bianco e nero.
Come! Non credi  valesse la pena di ascoltarmi?
Oppure non trovi niente di straordinario nel mio racconto?
Mi dispiace, amico mio, perché non c’è niente di più straordinario nell’osservare ciò che ci sta intorno; e, per i fortunati come me, attraverso gli occhi dell’amore.
Ma vedo che sei impaziente, c’è qualcosa che ti urge, perciò ti ringrazio, per il tempo che mi hai dato.
Ti saluto e ti lascio con una preghiera: se vuoi, ricordati di me, almeno una volta, e prova a guardare il mondo coi tuoi occhi innamorati.


martedì 1 settembre 2015

Prima, di Gabriella Tessa

L'ultima sera una luna generosa rischiarò a giorno il villaggio, come a voler regalare altro tempo al commiato di Salif con la sua terra.
A quell'ora in giro non c'era anima viva. Anche i suoi dormivano da un pezzo. Solo Mira continuava a rigirarsi nel letto; per lei non doveva essere facile. La aveva osservata a lungo mentre trafficava per la cucina con l'aria assorta. Aveva seguito le sue piccole mani che si muovevano svelte tra le pentole, intente a rimestare la loro ultima cena insieme per poi posarsi quiete sui volti dei bambini in tenere carezze. Aveva sentito una fitta di gelosia, ma  era riuscito a resistere all'impeto di volerla tutta per sé. Sapeva bene che la sua parte la avrebbe avuta a suo tempo, nella segreta intimità del loro letto. Mira sapeva essere generosa come nessun altra donna, era sicuro che quella sera avrebbe saputo consolarlo e accollarsi un po' di pena per toglierla a lui. E così era stato.
La notte era silenziosa, attraversata soltanto da qualche lieve refolo di vento e dal latrato dei cani che si perdeva in fondo ai campi di sorgo. Quella quiete gli entrò piano piano nella testa insieme alle sagome scure delle baracche  e ai ciuffi d'erba rinsecchita che spuntavano qua e là nel bel mezzo della strada: un quadro disadorno da appendere in un luogo chissà dove a ricordo della sua terra. I volti di Mira e dei figli, al contrario, se ne stavano chiusi al sicuro nel portafogli, a portata di mano per i futuri momenti di nostalgia.
L'autobus per Khartoum sarebbe partito all'alba. Quello da Kasala a Kufrah era il pezzo di tragitto più semplice. Aveva raggranellato abbastanza denaro per assicurarsi un buon pezzo di viaggio a basso rischio; le complicazioni sarebbero cominciate a Kufrah, dove da semplice passeggero si sarebbe trasformato in clandestino, pigiato in uno dei camioncini di derrate diretto a Ajdabiya.  Da quel punto in poi il viaggio era tutto da inventare.
Mancava solo una manciata di ore all’alba. Salif voltò le spalle alla finestra e cominciò ad ispezionare la piccola stanza avvolta nella penombra. I suoi occhi si posarono sui contorni dei pochi mobili addossati alle pareti. A un certo punto gli sembrò di scorgere qualcuno sul vecchio divano. Si avvicinò cauto, tastò con la mano aperta i grossi cuscini sfondati al centro e capì che si era sbagliato. Allora si sedette proprio nel mezzo, dove i bambini, stretti tra lui e Mira, erano soliti cominciare baruffe tra strilli e risa, che finivano immancabilmente con qualche ruvido scappellotto. Chiuse gli occhi per non farsi scappare nulla dalla mente, mentre respirando profondamente si riempiva le narici dell'odore della sua casa: profumo di spezie e di sapone da bucato, misto all’odore di terra e di fumo che salivano dalla strada. Questo era tutto ciò che desiderava portarsi appresso, insieme ai quattro indumenti piegati con cura dalle piccole mani di Mira sul fondo di una valigia in finta pelle. 

Gabriella Tessa è insegnante e vive a Giaveno.
Ha collaborato con la raccolta di racconti Venti di montagna, Echos edizioni

giovedì 27 agosto 2015

Il profumo del biancospino, di Claudio Rolando

Alla fine la notte era scesa su quel pezzo di terra, gli assalti erano cessati e ora ristagnava solo l’odore acre della polvere da sparo, mescolato a quello dolciastro del sangue.
Appoggiato al bordo della trincea, Giuseppe sporse appena la testa per uno sguardo veloce. La luna non era ancora sorta e all’incerto chiarore delle stelle  le postazioni nemiche formavano una lunga linea scura. In mezzo, il silenzio immobile del campo di battaglia. Un istante solo e tornò a sedersi, in attesa.
Da quanto tempo era iniziato quel macello? Due, tre giorni? Forse di più. Non lo ricordava. Ormai in quella trincea e in quel pezzo di terra, punteggiato di rocce frantumate e buche delle bombe, i tempi erano scanditi solo più dal ritmo degli assalti e poi dai gemiti dei feriti, dal rantolo dei moribondi e dall’andirivieni silenzioso degli uomini con la croce rossa sull’uniforme. 
Non sapeva che giorno fosse e neppure se lo domandava. Solo aspettava. Obbediente e disciplinato come gli avevano insegnato, aspettava il suo turno per attraversare il confine del silenzio che aveva già inghiottito i suoi compagni, uno dopo l’altro.
Col buio la paura aumentava e Giuseppe appoggiò la schiena contro la parete di terra, quella terra che aveva lavorato fin da bambino e gli era penetrata nelle pieghe della pelle, sotto i calli delle mani, nei polmoni. In quel momento gli sembrava che solo lei, la terra solida, leale, generosa, potesse dargli quel po’ di coraggio che gli serviva per vincere l’angoscia dell’attesa.
Nella confusione della sua mente tornarono le parole di una preghiera e cominciò a recitarla in silenzio, chiedendo al buon Dio “Una pallottola, una sola nel punto giusto”. Non gli importava di rimetterci una gamba, o un braccio pur di andarsene da quell’inferno.
Un fruscìo leggero catturò la sua attenzione. Il tempo di girare la testa e la sagoma di un topo gli passò veloce davanti ai piedi, poi scomparve nel buio. Un istante dopo la trincea si riempì dell’abbaiare furioso di Armando, il cagnolino della compagnia, lanciato all’inseguimento. Erano lì, a pochi metri e lui riusciva a distinguere la sagoma chiara del volpino.
Ora il ringhio di Armando era diverso, quasi un mugolio di soddisfazione. Per il topo era la fine.
Tornò il silenzio.

Giuseppe sollevò lo sguardo al cielo. Le stelle erano più brillanti, ripulite da una brezza leggera che proveniva da est, dalle linee nemiche. Portava con sé il profumo dolce del biancospino, lo stesso che aveva respirato avidamente, mescolato a quelli del fieno e della pelle di Ernestina nelle notti d’estate, quando tutto sembrava fermarsi e restavano soli sotto la coperta di stelle, con la testa che girava.
Ernestina! Da quando era partito non c’era stata una sola notte senza che il ricordo dei suoi occhi scuri e di quel sorriso, che faceva ribollire il sangue, non gli fosse stato compagno. Erano immagini così vive che, a volte, era come se gli prendessero la mano per guidarla dolcemente su quei capelli morbidi e poi lungo il collo sottile, fino ai seni sodi a indugiare sui piccoli capezzoli. Un ricordo che riportava nelle sue narici, ora piene solo dell’odore della polvere da sparo e della terra, la sensazione di quei profumi e la testa gli girava, proprio come in quelle notti d’estate.

Anche adesso a Giuseppe girava la testa e sentiva di nuovo il profumo del biancospino. Non pensò che era sfiorito da mesi. Non si accorse neppure del silenzio che aveva invaso la trincea e continuò a seguire quel ricordo, così vivo che gli sembrava di poterlo toccare. Non indossò la maschera antigas; non pensò che la morte potesse avere il profumo dolce del biancospino.

lunedì 17 agosto 2015

La dannata infamia, di Roberto Varrone

La scuola elementare di Cegno, liberata dalle grida allegre degli alunni, si preparava ad ospitare le grida lancinanti dei partigiani che subivano botte e torture. Li portavano lì da tutta la valle, man mano che venivano catturati. Erano ammucchiati in due classi al primo piano. Quando quei ragazzi furono messi in fila a spintonate e a calci per essere trascinati fuori, alcuni di loro pensarono finalmente di essere fucilati ponendo così fine a quella orribile sofferenza. Altri invece, avendo subito un po’ meno atrocità, si illusero a momenti alterni, che sarebbero stati liberati.
Uno solo fu liberato.
Luigi faceva il meccanico della manutenzione alla polveriera di fondovalle, era stato esentato dal servizio militare, in quanto chi lavorava in quel tipo di aziende, era già militarizzato. Troppo spudoratamente in fabbrica si era lasciato andare a dure critiche contro il caporeparto, fascista di comodo locale. Gli arrivò all’orecchio che il suo capo lo aveva denunciato come disfattista ed antifascista. Fece appena in tempo a rifugiarsi sulle vicine montagne. Raggiunse “il Rosso” di cui era cugino. Luigi non sapeva quasi nulla, giusto il nome del comandante e lo disse:
«Franco, si chiama Franco, lo chiamano comandante Franco e sta al Chargé».
Poi un pianto a dirotto, inconsolabile. Lo avevano torturato come gli altri, ed avevano continuato anche dopo la rivelazione del nome e del luogo, pensando che potesse sapere altro. Quando capirono che nulla di più avrebbero potuto estirpare da quel corpo martoriato, gli dissero sorridendo:
«Bravo ti sei guadagnato la libertà, hai visto che a parlare c’è sempre da guadagnare!».
Continuarono a sbeffeggiarlo per un po’, ogni tanto qualcuno passava nel corridoio dove Luigi era seduto su di una panca di legno scuro, scuro come gli ematomi che gli coprivano il viso sotto un casco di capelli arruffati e scuri, così come  le mani tumefatte, la destra senza unghie, gli risparmiarono quella del pollice, forse per caso. Ora per un nome, per un solo nome era diventato un infame traditore, non veniva neanche più controllato per timore che fuggisse.
Ritornò un ufficiale:
«Bene Luigi, vai pure a casa, quella è la porta, accomodati, prima che cambi idea».
L’ufficiale gli aprì la mano e gli mise nel palmo le unghie strappate. Quasi automaticamente chiuse la mano trattenendo quei cimeli che gli appartenevano. Luigi poi divenne terreo e biascicò:
«Ma come qui fuori, adesso? Proprio qui, così capiranno tutti che ho parlato!».
Sotto una frangia di capelli scuri sporchi e umidi i suoi occhi spalancati denunciavano terrore.
«Beh, questi sono affari tuoi. Noi ti liberiamo, siamo di parola. Non lo sapevi che i partigiani sono cattivi. Che uccidono i traditori. Vedi noi siamo migliori, assai più bravi! Infatti ti abbiamo restituito persino le tue unghie» disse beffardo, quello che le aveva strappate.
Gli uomini del gruppo in partenza,  ancora non avevano idea a quale gradino di abiezione umana stavano assurgendo. Salirono in ventisei sul camion. Percorsero un breve viaggio a monte, verso Forno di Cegno. Giunti che furono, vennero fatti smontare in malo modo. Quei ragazzi si sentirono dei morti viventi, con liberazione i più pessimisti, e con terrore i più ottimisti. I rami intorno a loro proponevano delle gemme che un freddo di ritorno aveva congelato, molte di loro non ce l’avrebbero fatta, qualcuna, poche sarebbero sopravvissute, ma solo per un evento meteorologico, non per la ferocia umana, che invece si apprestavano a subire quei ventisei esseri umani. Ventisei vite in procinto di diventare ventisei morti. Nulla e nessuno poteva salvarli. Tutti sperarono in un rinsavimento umanitario degli ufficiali nazisti e fascisti, che invece fecero a gara, per dimostrare di essere feroci e duri, vinsero la gara per un soffio gli autoctoni italiani. Vinsero alla fine del tormento a cui avevano sottoposto quei giovani ormai già carne da macello.
Mentre Luigi si trascinava per la strade di Cegno, con un piede e una mano senza unghie, ogni volta che spostava il piede destro avanti, per portarsi verso casa sua, irraggiungibile in quelle condizioni, un dolore gli attraversava il cervello. Un altro dolore meno sanguinolento gli uccideva il cuore, ed era quello di avere tradito, di non avercela fatta a sopportare il pur atroce dolore. Eppure Luigi camminava lo stesso, le lacrime uscivano senza che lo volesse, e quando il dolore fisico sembrava lenirsi, riappariva quello mentale. E intanto senza rendersi conto continuava a stringere le sue unghie ancora intrise del sangue rappreso. Luigi, mise le braccia conserte, ad estrema difesa di se stesso, e questo gli ricordò, quando bambino, si poneva nella stessa posizione perché genitori gliele suonavano per qualche marachella. Si commiserò, avrebbe dato la vita per un atto di comprensione e di affetto, da parte di chiunque. Era solo, maledettamente solo, sicuramente la mamma gli avrebbe elargito una carezza, forse dicendogli:
«O por al me cit, cosa a l’an fate?».
Ogni tanto quasi a fil di voce sussurrava:
«Mamma, mamma, sono un disgraziato, non mi vorrai più neanche tu». 

Le lacrime sgorgavano con ancora più forza di prima, la fronte rilasciava gocce di sudore che si mescolavano alle prime. Quell’incredibile odissea, si protrasse per poco più di un’ora. Luigi, giunse infine a Pontelegno, dove vi era il ponte sul Belleva, il più alto della valle, la sua casa era ancora molto, troppo lontana. Il giovane realizzò in un attimo che la sua casa non era quella lontana, dove forse la mamma lo pensava sorridendo. La sua casa ora era la morte, quella che raggiunse un attimo dopo essersi lanciato dalla spalletta ed essersi fracassato la testa contro le rocce sottostanti. “Il Rosso”  che aveva l’aspetto del traditore per la scarsa capacità di rapportarsi agli altri, era morto il giorno prima salvando parecchi compagni, quasi da eroe. Luigi, su cui tutti avrebbero puntato per il coraggio e la simpatia, era andato a raggiungere il cugino, suicidandosi, pensando di essere solamente un traditore. 

Uno stralcio del romanzo Il Partigiano che conobbe il futuro