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mercoledì 19 giugno 2019

Montagne ribelli, Camanni e Oliva a Coazze. 14 giugno 2019


Può accadere così, che in un paese di montagna si radunino un centinaio di persone, una sera qualunque, semplicemente per ascoltare. Nessun video ad effetto, nessuna musica, solo parole, parole che raccontano la montagna.
Tutto nacque da un’idea di Alfio Usseglio, in collaborazione con la sezione CAI di Coazze, di cui è presidente. Appassionato da sempre di sport alpini, frequentatore di cime e valli in tutte le stagioni, la sua concezione di montagna è a tutto tondo: non solo turismo e attività fisica, ma cultura, lingua e storia. 
I nostri monti italiani, le Alpi in particolare, non sono solamente antiche tradizioni e racconti dei nostri vecchi, ma sono stati teatro di guerre e battaglie, sono rifugio per ribelli e rifugiati,  scenario di guerriglia e liberazione.  
Nella nostra piccola Val Sangone è nato lo sci alpino, quando, nel 1896, Adolfo Kind salì a Giaveno e da lì a Pra Fieul, da dove raggiunse il Cugno dell’Alpet, per scendere con i suoi ski in legno e far nascere così lo sci.
Sport e storia, sci e cultura non possono dunque che essere legati. Per cercare le radici di quei legami Alfio ha invitato due ospiti perfetti: Enrico Camanni e Gianni Oliva.
Carpegna, Camanni, Usseglio e Oliva
Camanni, scrittore, giornalista, alpinista, è autore di due testi che vengono presentati nel corso della serata e che spostano il punto di vista di chi osserva la montagna. Il fuoco e il gelo, saggio che raccoglie le testimonianze dei soldati in trincea durante la Prima Guerra Mondiale, quando i monti erano luoghi da conquistare, da abitare e scalare anche sotto le valanghe, o sui ghiacciai in inverno. Il secondo libro, Alpi ribelli, è una lunga carrellata sui personaggi storici, magari non sempre conosciuti, che hanno fatto dei monti un rifugio e un nascondiglio.
Ad Oliva, storico, saggista, docente e personaggio politico, spetta il compito di evidenziare, traendo dai suoi moltissimi saggi, l’idea di una montagna differente.
«Per riuscire a comprendere l’importanza dei monti nella storia, dobbiamo tornare indietro nel tempo».
Così nelle parole introduttive di Gianni Oliva si apre il racconto, e gli occhi degli spettatori non vedono più un tavolo su un palco, ma cime spoglie e valli splendenti di erba grassa, percorsi di animali, pastori, mercanti, movimenti di gente e di eserciti. Le valli si trasformano, i crinali non sono più i confini che rappresentano adesso, ma comunicazione e snodo.
I sentieri erano percorsi in continuazione in estate, come le vie più rapide per collegarsi con i paesi oltre le creste, e i crinali non dividevano, ma univano. Basti vedere la distribuzione dei dialetti, che valica le cime e si arresta a fondo valle.
«I popoli si mescolavano. I giovani andavano nelle valli vicine per cercare le ragazze e sposarle» spiega Enrico.
D’inverno tutto si fermava, in attesa, ma le slitte, le racchette, che noi ora chiamiamo ciaspole, i primi sci erano molto più agili dei carri.
Per due ore restiamo ad ascoltare, incantati dalle loro parole, da ciò che evocano. Le loro frasi dipingono immagini forti, memorabili. I primi sciatori sul fronte orientale, che scivolano sugli sci nelle loro tute bianche verso il nemico; la mitragliatrice che scarica il suo metallo, tingendo di rosso i corpi e la distesa di neve, in una carneficina. Le nostre baite che, dopo l’8 settembre 1943, vengono raggiunte da chi rifiutava il fascismo, e che era salito, magari, sul primo treno che portava in montagna per poi organizzarsi in bande partigiane. La prima vittima di Coazze, Evelina Ostorero, di soli sedici anni, uccisa perché non aveva risposto all’Alt, essendo sordomuta.
La storia va imparata, anche da questo. E se non è più possibile ascoltare le testimonianze dirette di chi l’ha vissuta e creata, va cercata nei libri di storia.
«Gli anni passano e il rischio di perdere le fonti è enorme. I ragazzi devono conoscere il Novecento, le due guerre, ma anche gli Anni di Piombo, i movimenti politici fino ai giorni nostri. Tutto ciò che viene prima, può essere sintetizzato, ma l’ultimo secolo va approfondito al massimo». Così Oliva, preside e insegnante, vede l’importanza dello studio scolastico.
«I nostri ragazzi spesso non conoscono i fatti e, purtroppo nemmeno la geografia. Come si può comprendere l’importanza degli eventi se non si sa collocarli?» commenta Camanni.
La serata, purtroppo, volge al termine. Il pubblico lentamente esce dal Palafeste, aspettando il prossimo incontro, che speriamo avvenga prestissimo.




venerdì 3 giugno 2016

Processo al libro, Coazze 28 maggio 2016

Sabato 28 maggio si è tenuto il Processo giuridico Libro Vs e-book. Nell’aula del Palatenda di Coazze, il libro di carta è stato accusato, da parte del libro in formato digitale, di essere vecchio, costoso e ingombrante.
Il processo, che ha avuto una lunga fase preparatoria, è stato organizzato dai ragazzi delle Seconde medie della scuola Giulio Nicoletta di Coazze. A partire dal mese di marzo, io e i ragazzi abbiamo esaminato il processo di creazione del libro, che nasce dall’idea nella mente dello scrittore, seguendo via via tutti i passaggi che conducono al lettore, ovvero a chi usufruirà del libro.
Durante i nostri incontri, e nelle mail che ci siamo scambiati, i ragazzi hanno scoperto quante persone e quanti professionisti lavorano per la perfetta riuscita di un libro: dall’autore, il creatore del libro vero e proprio, a chi seleziona i manoscritti, dall’ufficio acquisizioni della casa editrice all’editor, dal correttore di bozze all’impaginatore, al grafico che crea la copertina, per arrivare al tipografo e al rilegatore, passando per il corriere e il magazziniere, fino al libraio e alla vendita del prodotto finito.
Abbiamo esaminato il processo in particolar modo dal momento in cui il testo può diventare un libro di carta o un e-book, scoprendo insieme che soltanto i passaggi finali cambiano: dalla stampa alla libreria per il tradizionale libro, dal tecnico informatico al web per l’e-book.
Ciascuno di loro ha scelto di entrare nel ruolo che sentiva più vicino, per portare una testimonianza al processo, per spiegare alla giuria e al pubblico quanto è importante che ognuno faccia del suo meglio. Alcuni di loro hanno subito deciso da che parte stare, altri hanno preferito ascoltare come giurati e decidere dopo il processo.
Lorenzo Naia, scrittore ed educatore, ha accettato il ruolo di giudice; per questo è stato tenuto all’oscuro di tutti i passaggi nel dettaglio, fino al giorno del processo. Lo informavo via mail dei progressi, ma soltanto dal punto di vista formale: i contenuti erano per lui sconosciuti, come deve essere per un giudice veramente imparziale.
Elisa Bevilacqua ha accettato il ruolo di giurata, sedendosi con i ragazzi ad ascoltare le testimonianze e porgendo domande.
Ho voluto che i ragazzi non seguissero un copione, ma che decidessero essi stessi le domande da porre e le risposte da dare, talvolta improvvisando anche davanti al pubblico.

È stata una battaglia senza esclusione di colpi in cui il vero vincitore, come ha sottolineato Lorenzo Naia nella sentenza finale, è la lettura: non importa quale mezzo si scelga, quel che conta è che si continui a leggere, sempre.

mercoledì 4 maggio 2016

Massimo Tallone e Biagio Carillo al Salone del Libro di Torino

DAL DELITTO AL ROMANZO
Tra scena del crimine e fiction: dove va il noir contemporaneo?
Spazio Piemonte
Giallo, noir e thriller
venerdì 13 maggio, 
ore 19:30
Sala Arancio
a cura di 





Partecipano:

  • Biagio Fabrizio Carillo
  • Filippo Losito
  • Massimo Tallone

venerdì 1 aprile 2016

Luca Iaccarino, Il gusto delle piccole cose, Mondadori

Luca Iaccarino è un grande. Un grande scrittore, innanzitutto, costretto a limitare la sua produzione  letteraria a causa dei molti impegni di lavoro; dopo tutto, come dice egli stesso, bisogna pur portare a casa la pagnotta, e anche qualcosa con cui farcirla. Per questo la sua ultima opera, Il gusto delle piccole cose, è una raccolta di stralci, aforismi, aneddoti, massime e pillole di filosofia spicciola; un concentrato di saggezza e umorismo da evitare fortemente in sala riunioni, per non perdere credibilità scoppiando in risate a singhiozzo.
Luca è un grande critico culinario. È in grado di valutare tutta la cucina, da quella più alta, per palati raffinati e portafogli ripieni, a quella che tutti, ma proprio tutti possono permettersi. Recensisce su La Repubblica le migliori trattorie di Torino e dintorni, valide per cene luculliane o pranzi quotidiani, dove le tovaglie a scacchi e la simpatia dei gestori sono qualità da apprezzare tanto quanto le portate e i contorni gustosi.
È un grande direttore editoriale, che coccola i suoi autori e li sprona a visitare nuovi posti e nuovi gusti, per condividerli con i lettori più pigri (o meno fortunati) che restano a casa.
Ma come tutti i grandi sa che la vera felicità sta nelle piccole cose che, citando Arthur Conan Doyle, “sono di gran lunga le più importanti”.
Dunque leggiamo il suo libro, spilucchiamolo come una piatto di canapè, gustiamolo come un vassoio di fritto misto oppure divoriamolo come una teglia di gnocchi alla sorrentina, senza paura di finirlo in fretta: basterà ricominciare da capo.
P.S. Se siete decisamente pigri o, come me oggi, avete soltanto un braccio utile, potete anche leggere solo le pagine dispari o le pari, sdraiati su un fianco, cercando i brani che non escono dal foglio. 

Luca Iaccarino sarà a Giaveno venerdì 8 aprile: 


venerdì 31 luglio 2015

Leonardi legge la Divina Commedia

Niente TV stasera, niente musica, balli o sghignazzi, solo un uomo che parla. Davanti a lui un leggio, sul leggio un libro, o meglio, Il Libro: la Divina Commedia.
L’uomo cammina, gesticola e racconta; con la sua voce mille immagini raggiungono a folla radunata e la trasportano lontano, nell’Italia del Trecento. Gli alberi del parco municipale diventano una selva oscura, la lieve brezza è un turbine che trascina le anime condannate. Le lacrime di Francesca da Rimini, la pena di Dante, nel vedere umiliato il suo maestro Brunetto Latini, l’alterigia di Farinata degli Uberti, l’angoscia e l’odio del Conte Ugolino non sono soltanto letti e ascoltati, sono vissuti dal pubblico. 
Le duecento sedie non bastano, altri arrivano e si fermano in piedi, poi si siedono sull’erba, incapaci di allontanarsi dal semplice suono di una voce.
Adesso siamo giunti in fondo all’inferno; le orribili gambe pelose di Lucifero sono ripugnanti al tatto, e il sollievo è reale quando anche  noi usciamo a rivedere le stelle e gli sguardi si alzano sul cielo sopra di noi.
Due sere dopo cominciamo a salire, sulle cornici del Purgatorio. Questa volta, nei mirabili versi del Sommo Poeta, c’è la speranza: i condannati sanno che la loro pena non sarà eterna. Dante può permettersi divagazioni, il dolore è stemperato da quella fiduciosa attesa.
Ascoltiamo le gesta atroci e il pentimento di Bonconte da Montefeltro, ci commuoviamo per la delicatezza di Pia de’ Tolomei e per quel suo saluto umile eppure fiero. Leonardi riveste per un momento i panni del professore e ci spiega, con le parole di Dante, i primi passi del Dolce Stil Novo, di come la fama sia cosa effimera per ogni artista, anche per il più grande.
È un attimo: siamo già in cima al monte e Beatrice ci attende, con la sua dolcezza angelica.
«Sono certo che stasera correrete a cercare la vostra Divina Commedia, per rileggere i canti dall’inizio alla fine» conclude Leonardi.
Il professore è soddisfatto: il compito che si dato, di far conoscere a tutti la letteratura italiana e le sue meraviglie, per stasera è assolto. Il pubblico, invece, aspetta ancora. Per fortuna ci saranno altre occasioni: Edoardo Favaron, lo hai promesso!  

martedì 7 luglio 2015

Le parole ascoltate

Tutto iniziò con un tema: Legàmi, cosa rappresentano per voi?
Il Circolo fotografico Il Mascherone lo aveva scelto per la mostra fotografica di luglio, il consueto appuntamento con il pubblico di Giaveno.
Perché non allargarlo ai quadri, alle sculture, alla musica? Perché non estenderlo alla poesia e alla narrativa? La parola passa, si amplifica e si intensifica; raggiunge arti diverse, la danza, la manualità senza perdere significato, anzi, arricchendosi.
Io, da buona “maestra” (termine coniato da una mia “alunna” e subito trasformato in nomignolo), propongo a tutti gli autori di partecipare con uno scritto. 
«Elaborate il tema, date sfogo alla vostra immaginazione narrativa. Cosa sono per voi i Legami? Sensazioni positive e costruttive o schiavitù che costringono?»
Dapprima titubanti, poi via via più carichi d’energia, gli autori mi inviano i loro testi: comincia lo scambio di parole e di idee che porterà alla stesura di ben ventisette racconti.
Questi gli autori che hanno offerto la loro creazione: 

L’attesa si fa insistente, la rassegna sta per giungere al culmine. Tutti i collaboratori sono pronti: ed ecco, la data arriva.

Le autrici si preparano
Il 4 luglio alle ore 17, sulla rovente piazzetta della ex Anna Frank, i primi, temerari scrittori si avvicinano titubanti. Le porte della mostra di pittura sono spalancate e invitano a cercare un po’ di refrigerio all’interno. 
Roberta legge il suo racconto
La gente, col passare dei minuti, comincia ad affluire; osserva i dipinti e le sculture esposte, commenta, poi esce e si ferma incuriosita. Perché ci sono dei libri su quel tavolone vestito di bianco? Cosa ci fa in piedi quell’uomo con gli occhiali, e cosa mai starà leggendo?
Sergio Vigna
Claudio Rolando
Le sedie non bastano e occorre spargerne altre; i lettori si alternano e gli applausi fioccano.
Lungo le vie del paese (scusate, proprio non riesco a chiamare Giaveno “città”) i negozi ospitano altri dipinti, libri, poesie e racconti stampati su pergamena, invogliando chi passeggia ad una sosta diversa.




Già, ci sono anch'io.




Scende il buio sulla scalinata agghindata a festa; i tappeti blu, l’edera avvolta da drappi candidi trasformano i semplici gradini; le candeline ammorbidiscono gli spigoli, accogliendo i visitatori:
«Venite, sedetevi con noi, ascoltate le parole degli scrittori e chiacchierate con loro».

Chissà, forse il prossimo anno ci sarà anche il loro racconto tra le letture. 


mercoledì 8 aprile 2015

Sabato 18 aprile, Enrica Tesio

Incontrando a tu per tu Enrica Tesio, si scopre che è esattamente come la si immagina. E non soltanto perché la sua foto è sulla copertina di La verità, vi spiego, sull’amore, cosa che effettivamente può aiutare, ma perché tutta l’energia, la vitalità, l’ironia che sprigionano da ogni pagina del suo romanzo sono le stesse che lei riesce a trasmettere di persona.
Io e Enrica
Attorniata dal pubblico della Casa dei Libri di Rivalta, osserva tutto con quello sguardo curioso e allegro che l’ha portata a saper ritrarre i tipi e le manie della società attuale, in particolare della generazione dei trentenni.
«Qualche anno fa, quando il mio compagno mi ha lasciato, ho iniziato a scrivere un blog, così, un po’ per scherzo. Doveva essere una breve parentesi, che in poco tempo avrei concluso; invece ha raggiunto un successo imprevisto».
Lo dice come se si trattasse del successo di qualcun altro, con gli splendidi occhi spalancati e sorridenti allo stesso tempo (sì, lei ci riesce).
«Ha avuto subito una grande diffusione e questo mi ha reso molto felice, perché in un blog è tutto trasparente: quello che scrivi viene letto senza mediazioni. Così, quando pochi mesi dopo mi ha chiamato la Mondadori, chiedendomi se volevo scrivere un romanzo, io ovviamente ho risposto che non sapevo, che non ero convinta…» ride di gusto. «Naturalmente ho accettato subito, ed è nato questo romanzo, che in realtà ha molti spunti autobiografici, come si rende ben conto chi ha letto i post del mio blog. Ci sono molte, somiglianze tra Dora, la protagonista del libro, e me, ma ci sono moltissimi tratti di fantasia. Ad esempio il personaggio di Sara, la migliore amica di Dora, non esiste, o meglio, è il condensato di diverse mie amiche e di me stessa. Il poeta-bidello, invece, è molto simile ad una persona reale, mentre molti personaggi sono quello che la mia curiosità suggerisce alla fantasia, facendomi giocare con le persone che vedo attorno a me».
Adesso Enrica è in giro a promuovere il suo libro (un gran divertimento, confessa), ma nel futuro vede già un nuovo romanzo. E magari un film tratto da La verità, vi spiego, sull'amore?
«Ho venduto i diritti cinematografici!» esclama stringendomi un braccio, un gesto che mi rallegra con tutto il suo entusiasmo e la sua empatia, «naturalmente tutto dipenderà dal successo di questo  libro».
Che noi aiuteremo in ogni modo, vero, cari lettori?





lunedì 9 marzo 2015

Antonio Manzini

Uno dei punti più difficili dei miei corsi, quando il rischio-sbadiglio è altissimo, è il momento in cui parlo dell’autore implicito; un concetto astratto, che la narratologia considera decisamente importante, con mio totale accordo, ma che nella pratica sembra del tutto inutile. Eppure così non è.

Quando ho incontrato Antonio Manzini, per presentare con lui La costola di Adamo alla libreria di Rivalta, ho finalmente scoperto “dal vivo” chi è l’autore implicito. A metà strada tra l’autore e il lettore ci sono infatti diverse personalità che si insinuano a mediare le parti della narrazione. Il narratore è naturalmente il più evidente, cioè colui che si occupa di raccontare la storia, sia egli interno alla stessa oppure no. Ma, tra le righe, e in modo talvolta inconscio, si insinua qualcuno che non è il narratore e nemmeno l’autore. È qualcuno che sta a metà tra l’invenzione dell’autore e l’autore stesso, qualcuno che, mentre leggiamo il romanzo, viene creato da noi come colui che ha scritto la storia (avete capito quanto è noioso l’argomento?).  Provate a leggere un romanzo di cui non conoscete l’autore: alla fine vi sarete creati uno scrittore ad hoc. Se vi siete immersi nella campagna inglese, tra cottage zeppi di libri e tavolini da tè, vi sarete immaginati magari una scrittrice dedita al lavoro a maglia e alla coltivazione di rose. Ed ecco che, alla prima presentazione, o alla prima intervista che leggete su un settimanale, scoprite che l’autore è un giovane laureato in Lingue, con una passione per Agatha Christie e Jane Austen.
Oppure, durante la lettura di un poliziesco ambientato nella mafia del sud Italia, avrete pensato ad un giornalista o ad un ex-magistrato che vive sotto scorta. Grande sarà la vostra sorpresa nello scoprire che invece si tratta di una giovane autrice molto ben documentata.
Questo accade perché molte delle informazioni che avete creduto di ricevere in realtà non le avete ricevute, ma le avete costruite voi da ciò che l’autore ha comunicato in maniera implicita, tra le righe.
Leggendo Pista nera e La costola di Adamo, di Antonio Manzini, mi ero fatta l’idea di uno scrittore tormentato, dal passato doloroso; un romano che detesta le abitudini del nord Italia, il freddo, la neve e i valdostani in particolare, con il loro accento simil-francese e la loro imperturbabilità. In pratica mi aspettavo un altro Rocco Schiavone, ovvero il vice questore protagonista dei suoi polizieschi: un tetro e solitario vedovo, dalle abitudini poco limpide, costretto a vivere ad Aosta per scorrettezze professionali.
Ero pronta per una presentazione complessa, dove avrei dovuto restare in disparte ma cercando di tenere allegro il pubblico, di non fargli sentire il peso di uno scrittore che non alza lo sguardo dalle sue ginocchia.
Poi l’ho conosciuto.
Antonio Manzini è un personaggio solare, dalla risata sempre pronta; le sue battute si susseguivano così rapidamente da non lasciare il tempo per prendere fiato tra una e l’altra. Le mie domande, accuratamente preparate, sono rimaste su un foglio di carta, mentre il nostro diventava un vero e proprio show improvvisato di botta e risposta, in cui senza accorgermi avevo assunto il favoloso ruolo di spalla. E mi calzava a pennello!

lunedì 2 marzo 2015

Stefania Bertola

Un lieve inconveniente del mio mestiere di Editor è che quando mi capita tra le mani un romanzo, non riesco più a vederlo “soltanto” come un piacere; non riesco a lasciarmi trascinare come un peso morto dal concatenarsi degli eventi, ma cerco di carpirne i segreti, di leggere tra le righe, i paragrafi, i capitoli, per scovare i trucchi che l’autore (soprattutto se si tratta di un grande autore) ha saputo maneggiare con destrezza.
In questo modo il divertimento non solo non diminuisce, ma aumenta in modo proporzionale alle bravura dello scrittore: scoprire al di sotto delle parole una rete di filigrana intrecciata magistralmente è una delizia per le meningi.
Quando poi lo scrittore riesce ad intrufolare nelle maglie della trama veri e propri “consigli di scrittura”, quando cioè il romanzo stesso diventa argomento, tema, personaggio, allora mi sento come Winnie the Pooh tuffato nel miele.
Ed è esattamente questo che è accaduto nel corso della lettura di libri come La verità sul caso Harry Quebert, di Joël Dicker, o Argento vivo di Marco Malvaldi o appunto Romanzo rosa di Stefania Bertola.
Io e Stefania Bertola
Ho letto Romanzo rosa al momento in cui stavo preparando le presentazione di un altro romanzo dell’autrice, ovvero Ragazze mancine (leggete anche questo mi raccomando) e, devo ammetterlo, lo avevo iniziato un po’ per dovere. Immaginate la mia entusiastica meraviglia quando ho scoperto che il tema conduttore era un corso su Come scrivere un romanzo rosa in una settimana, tenuto addirittura al Circolo del lettori di Torino.
La trama del romanzo è sdoppiata su due binari che corrono paralleli, ma si intrecciano (contravvenendo a tutte le regole della geometria euclidea): le lezioni di Leonora Forneris ai suoi assortiti allievi, e il romanzo che la protagonista-narratrice scrive a casa. 
Il trait-d’union sono le inusitate regole di scrittura, sorprendentemente lontane da tutto quello che potreste sentire ai miei corsi.
Ad esempio: l’ambientazione geografica del vero romanzo rosa, altrimenti detto Melody, deve essere approssimativa, da infarinatura wikipedica. I nomi dei protagonisti assurdi e, possibilmente, inventati unendo sillabe sonoramente evocative. I personaggi stereotipati nei luoghi comuni che tutti attribuiscono loro (l’italiano mammone e dai colori mediterranei, il greco statuario come un dio); i loro comportamenti assolutamente contemporanei; anche se la vicenda è ambientata in un villaggio scozzese del Cinquecento o sulle sponde di un Mississippi ottocentesco, i loro dialoghi saranno pieni di esclamazioni come “Ti sbagli alla grande” o “Ma che me ne importa”.
Così, tra un consiglio e l’altro, tra una risata a labbra strette ed una spanciata, ho cominciato a vedere un mondo del tutto nuovo: il best seller di rapido consumo.

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sabato 14 febbraio 2015

Massimo Tallone a Rivalta

Massimo Tallone è uno scrittore affermato e poliedrico. Al suo attivo ha numerosi gialli che vedono come protagonista un personaggio memorabile: il Cardo. Lurido, privo di remore morali e al di fuori di ogni convenienza sociale, il Cardo vivacchia di espedienti filosofeggiando con il lettore. 

In parallelo a questa felicissima produzione, Massimo Tallone scrive romanzi di diverso spessore. Di questi fanno parte le opere pubblicate dalla casa editrice E/O: Il fantasma di piazza Statuto Il diavolo ai giardini Cavour.
Ed è proprio questo suo ultimo romanzo che ho avuto il piacere di presentare alla Libreria di Rivalta nell'ottobre del 2013.
Un romanzo delicato eppure coinvolgente grazie al protagonista costruito con perizia narrativa e abilità di scrittura.


Per conoscere le mille attività di Massimo Tallone : 

lunedì 9 febbraio 2015

Don Ciotti alla Maddalena di Giaveno

Venerdì 12 luglio 2013 don Ciotti è intervenuto alla Maddalena di Giaveno, invitato da don Gianni Rege, parroco della frazione, per una conferenza sul tema della Libertà.
L'incontro con il sacerdote da sempre a fianco degli umili era inserito in una rassegna che coinvolge opinionisti, operatori e scrittori, in dialogo con artigiani ed agricoltori. Il tema fondamentale affrontato in queste serate è quello della possibile vita in montagna, resa ancor più complicata dalle problematiche che la burocrazia obbliga ad affrontare. 

- Don Gianni mi ha chiesto di parlare di Libertà - ha esordito il sacerdote, - e io non posso farne a meno. I giganteschi problemi dell’Italia di oggi sono tutti legati all’assenza di libertà. Non c’è libertà se non c’è lavoro, se la gente è povera, se deve ricorrere all’usura. I dati statistici riferiscono di 2.100.000 ragazzi che hanno abbandonato gli studi e che adesso sono senza lavoro; molti ricorrono ad azioni illegali, alla prostituzione. Ecco la perdita di libertà. - 


Il fondatore del Gruppo Abele e di Libera ha così avviato un lungo monologo, di frasi nette, taglienti, che non lasciano dubbi su quello che il sacerdote considera il compito di ognuno di noi.
- La mafia al nord non solo esiste, non solo ci sono infiltrazioni, ma è ben gestita e ben organizzata. Notizia di oggi: in Piemonte sette arresti per ‘ndrangheta, Bardonecchia è stato il primo comune commissariato per infiltrazione mafiosa. I grandi investimenti sono i frutti che la mafia non esita a cogliere. Ma lavoro ne è stato fatto e continueremo a farlo, sempre più intenso, sempre più accanito grazie ai giovani e alle loro energie. - 
La mia introduzione

mercoledì 4 febbraio 2015

Alessandro Perissinotto, Le colpe dei padri

Con Le colpe dei padri, edito da Piemme, Alessandro Perissinotto affronta un tema attualissimo: la Ristrutturazione aziendale, ovvero quelle manovre in parte subdole che una azienda in crisi può scegliere di adottare per salvare la ditta, anche se, in quel modo, affonda i dipendenti.
Per questo romanzo Perissinotto è arrivato secondo per un soffio al Premio strega 2013, dopo un testa a testa con Walter Siti, poi vincitore con Resistere non serve a niente, edito da Rizzoli.

- Ho voluto ricreare l'atmosfera della Torino anni settanta, quella povera degli immigrati che dal sud Italia venivano destinati alle case misere e inscatolate della Falchera - spiega l'autore al pubblico intervenuto alle presentazioni. - Per questo ho colmato una delle mie lacune geografiche: sono andato a visitare quel quartiere ora fatiscente, ma ancora più povero, se possibile. -
Perissinotto alla fiera del libro di Rivoli

Non è la Torino degli anni di piombo, quella descritta da Alessandro, ma una Torino che fatica ad accettare l'immigrato, che non riesce ad integrarlo.
Tutto questo osservato con lo sguardo privilegiato di un dirigente, che all'improvviso, a causa di uno scambio di persona, deve riconsiderare tutta la sua realtà sotto un punto di vista molto diverso.
Il collegamento con la crisi attuale della FIAT è fortissimo, anche se non viene mai nominato nulla che possa venire paragonato alla fabbrica torinese.

Perissinotto raggiunge con Le colpe dei padri un livello di altissima qualità narrativa. La sua scrittura curata al massimo trascina il lettore, che non si accorge di tanta bravura, ma percorre le fasi della trama con sempre maggiore coinvolgimento. Lo sguardo distaccato del narratore, alter ego dello stesso Alessandro, ci mostra la vicenda da un punto di vista privilegiato e non completamente coinvolto, permettendoci di considerare le scelte del protagonista senza esprimere giudizi.