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mercoledì 24 febbraio 2021

Fu sera e fu mattina, Ken Follett, Mondadori

Pensando a come recensire un volume così intenso e corposo, come Fu sera e fu mattina, la prima osservazione che si è affacciata alla mia mente non è del tutto positiva, ovvero che questa volta la trama ha preso decisamente il sopravvento sulla cura dello stile e del ritmo degli episodi. Ci sono balzi temporali senza soluzione di continuità o scansione in capitoli; ci sono episodi chiave semplicemente raccontati come già accaduti e momenti fondamentali che vengono passati come minori. 
Poi però, quando ho cominciato ad analizzare tutto il materiale, mi sono resa conto che così non è, o almeno non del tutto. 
In questo romanzo, ambientato dal 997 al 1006, Follett ha seguito le vicende di due grandi blocchi di famiglie: quella di un povero costruttore di barche che ha perso tutto a causa di un'invasione vichinga, e quella dei nobili che governano tutti gli aspetti del territorio, da quello giuridico a quello aministrativo e militare. Per farlo, ha creato decine di personaggi, tutti ben vividi nella mente del lettore, sebbene con nomi estremamente simili (vi prego, autori in erba, non fatelo!). Ognuno di questi ha connotazioni fisiche e di carattere ben evidenziate, e una storia personale curatissima, tanto da permettersi di riallacciare le vicende di quel personaggio anche a distanza di molte pagine, senza tuttavia confondere chi legge. 
Le descrizioni ambientali, pur così lontane dal nostro mondo e così poco conosciute anche in ambito storico, sono perfette e riescono ad informare solamente facendo da sfondo ad una battaglia, una lotta tra rivali, una esecuzione. Così, mentre le pagine corrono veloci per trascinare il lettore alla scoperta di nuovi intrighi, questi scopre come erano fatte le case dei poveri, cosa si mangiava e beveva, come lavorava un incisore o un costruttore di barche, e qual era la differenza (molto labile) tra permesso e consentito. 
Insomma, non cercate sfumature di stile o ricercatezza di lessico, ma leggete questo romanzo, vi divertirà. 


giovedì 7 maggio 2020

Enrico Camanni, Una coperta di neve, Mondadori


Dopo quasi dieci anni, Nanni Settembrini, il protagonista creato da Enrico Camanni, torna in azione nel romanzo Una coperta di neve, edito da Mondadori. Torinese nell’anima, Settembrini ha lasciato la città da giovanissimo, per seguire il sogno della montagna, il massiccio del Bianco che osservava con bramosia dalle finestre del suo appartamento cittadino. Da divertimento, passione, fatica, la montagna si è trasformata per lui in vita quotidiana e Nanni è diventato guida alpina e capostazione del Soccorso Alpino di Courmayeur.

Conosce la montagna, la roccia, conosce il ghiaccio che si sta ritirando anno dopo anno e la neve pesante e collosa dell’estate. Conosce anche le donne e le loro incredibili sfaccettature e differenze; le due figlie, la ex moglie, la fidanzata, e adesso anche questa donna misteriosa e senza identità, che deve entrare nel suo animo e scuotere la sensibilità del lupo solitario che Nanni vorrebbe essere.  
In un giorno di sole rovente, il primo giorno di un’estate che si rivelerà torrida e anomala, una valanga si stacca all’improvviso. Forse sotto quella neve pesante e marcia ci sono degli alpinisti, e si deve correre in soccorso. Sally, l’esperta cagnona da valanga, fiuta subito la traccia e una donna viene riportata in superficie: è viva, ma priva di sensi. Un elicottero la trasporta con urgenza all’ospedale, mentre Settembrini resta con gli altri a scavare ancora, e ancora, finché raggiungono il capo della corda legata all’imbraco della donna, ma non c’è niente.
La donna è in coma e poco dopo riprenderà conoscenza, ma non la memoria di sé e del suo passato. Le indagini ufficiali non sono necessarie, ma Nanni deve sapere. Per lui le vittime degli incidenti in montagna non sono numeri o statistiche, ma vite vissute. Quella della donna misteriosa deve riapparire. Ad aiutarlo nella caccia c’è l’unica testimone della valanga, scampata per una manciata di minuti, che affianca Settembrini con le sue capacità e lo attira con il suo fascino.
Comincia così una caccia al tesoro che è un pretesto per raccontare due trame differenti: quella della vera ricerca di indizi, di ricostruzione dell’accaduto, e quella della ricerca nel passato, nella memoria di ciascuno, con la paura nascosta di ciò che effettivamente si può trovare.

È facile cadere nell’errore di considerare Nanni un alter ego di Enrico Camanni. Il loro amore per la montagna, la passione per la scalata, l’avventura che appaga sono uguali. Ma Nanni Settembrini vive in montagna e di montagna; la sua Courmayeur, pur restando turistica e legata allo sport, è radicata dentro di lui, che sembra soltanto patire di nostalgia delle sue origini cittadine.
Enrico Camanni è, per sua stessa definizione, un cittadino, che ha bisogno della città per viverci. E ha bisogno della montagna per fuggire e per sognare.
Per nostra fortuna Enrico trasforma i suoi sogni in scrittura, accompagnandoci in luoghi che profumano di ginepro e di torba, su ghiacciai scintillanti e rocce a strapiombo, facendoci sentire accaldati ed esausti soltanto grazie alle sue parole.
La scrittura gioca con i diversi generi narrativi, passando dal giallo al romanzo psicologico, con puntatine nel sentimentale. Il ritmo si adegua al momento, avvincendo il lettore ora con colpi di scena ora con descrizioni avvolgenti, con dialoghi fulminanti e riflessioni portate alla luce da frasi brevi, che colpiscono nel segno.
In questo tempo sospeso, nel quale anche i libri hanno subito una battuta d’arresto, abbiamo ricercato le montagne, accontentandoci di vederle scurire dalla finestra.
Adesso l’attesa è finita e Una coperta di neve ci accompagnerà fin sui nostri amati pendii.

mercoledì 11 marzo 2020

Ugo Splendore e Aharon Quincoces, Santa Marta, Compagine

Siamo in un autogrill, due individui osservano lo spettacolo agghiacciante al di fuori dei vetri sigillati: una raffineria è esplosa e ora l’aria è invasa da gas tossici, getti di schiuma e pompieri che corrono in tutte le direzioni. Danny de Vito non ha nome, ma solo una somiglianza, e lo stesso è per Edinson Cavani, così simile al calciatore. Cominciano a parlare, per passare il tempo, e continueranno per tutto il romanzo. De Vito è la terza generazione di artigiani che han fatto scarpe per mezza Finlandia, la metà ricca, e per il papa, finché papa Francesco ha detto no, io indosso scarpe povere. Cavani ha giocato davvero a calcio, ma poi si è venduto ed è stato punito, in vari modi, con diverse profondità, fino all’abisso.

Entrambi hanno sofferto per causa di altri e adesso vorrebbero vendicarsi, forse, chissà. Una vendetta piccola, ma soddisfacente, che magari non esiste. Cavani disegna in modo divino, crea emozioni così potenti da ipnotizzare. De Vito vorrebbe giocare a golf, forse.
Tutto cambia quando, dal finimondo esterno, appare una comitiva con un carro funebre. Le persone, elegantissime ma sfatte, entrano nell’autogrill, capeggiate da una donna splendida, dalle forme spettacolari contenute in un abito nero da lutto.
È l’inizio di una serie di avventure, così rapide e imprevedibili da spiazzare il lettore ad ogni pagina. Dalla calma in detonazione dell’autogrill, i due personaggi passano alla sbornia in una trattoria, per finire poi tra le mura labirintiche del Vaticano.
La scrittura di Splendore e Quincoces, autori a quattro mani di questo rocambolesco romanzo, è dinamica, bizzarra e avvolgente. Nei lunghi momenti dell’attesa, la prosa si fa lenta, divagante, gioca con le figure retoriche, con la ricchezza dei vocaboli. Poi all’improvviso impenna, scalcia e trascina con l’essenzialità delle situazioni, con la capacità di gestire il non detto.
I due autori creano un romanzo rapido e impetuoso, che si potrebbe leggere in un weekend, ma che il lettore centellina, per gustarsi ogni bizzarria, ogni colpo di scena, ogni trovata ai limiti (oltre) dell’assurdo.

venerdì 18 ottobre 2019

Sebastiana Fortuna Buscemi, A piedi nudi sulla strada, Impremix Edizioni

Siamo nell'assolata e opulenta Sicilia degli anni Trenta. Sebastiana è una bimba di pochi anni, che vive insieme alla sua numerosa famiglia a Castellammare del Golfo, un paese della provincia di Trapani. La madre è una sarta molto richiesta, con un atelier rinomato e una trentina di sarte alle sue dipendenze. Ma lei ha altri progetti: vuole per i suoi figli un'educazione cittadina, che li porti a compiere studi avanzati. 
Convince il marito, impiegato alle poste come invalido di guerra, a preparare un concorso e, una volta passatolo, a trasferirsi a Palermo. 
Comincia, per la famiglia Buscemi, una nuova vita. Chiuso l'atelier, si trasferiscono in un grande palazzo, trasformandolo in pensione. Il destino, però, ha disegni ben diversi e l'Italia entra in guerra. La povertà tocca tutti i ceti, spingendo i disonesti al mercato nero. La famiglia Buscemi soffre la fame; il denaro non basta mai, e i pensionati scarseggiano. Ma il peggio deve ancora arrivare: una notte cominciano i bombardamenti degli americani. La città viene colpita, i palazzi crollano, gli impianti saltano. 
Sebastiana ha imparato, con i fratelli e la madre, a scappare in gran fretta, prendendo i bimbi più piccoli in braccio o per mano. Ha imparato a dominare la paura per il fragore delle bombe, ad evitare i cavi elettrici divelti, a rifugiarsi fingendo di non sentir tremare la terra e i muri. 
Poi arriva il 1943, gli americani sbarcano e la vita, in mezzo a mille difficoltà, sembra riprendersi. Sebastiana ci porta nell'arida campagna dove erano sfollati, e poi di nuovo in città, a cercare un possibile futuro, anche nell'emigrazione in America. 
Con una prosa ricca e scorrevole, la Buscemi ci porta indietro nel tempo, lontano dalle nostre sicurezze e comodità, per dipingere il ritratto di una grande donna e di una famiglia tenace e coraggiosa, che ha saputo rialzarsi dalla polvere grazie all'onestà e all'intelligenza. 
Una saga familiare da leggere assolutamente, come un romanzo, ben sapendo che si tratta di una storia vera.

mercoledì 19 giugno 2019

Montagne ribelli, Camanni e Oliva a Coazze. 14 giugno 2019


Può accadere così, che in un paese di montagna si radunino un centinaio di persone, una sera qualunque, semplicemente per ascoltare. Nessun video ad effetto, nessuna musica, solo parole, parole che raccontano la montagna.
Tutto nacque da un’idea di Alfio Usseglio, in collaborazione con la sezione CAI di Coazze, di cui è presidente. Appassionato da sempre di sport alpini, frequentatore di cime e valli in tutte le stagioni, la sua concezione di montagna è a tutto tondo: non solo turismo e attività fisica, ma cultura, lingua e storia. 
I nostri monti italiani, le Alpi in particolare, non sono solamente antiche tradizioni e racconti dei nostri vecchi, ma sono stati teatro di guerre e battaglie, sono rifugio per ribelli e rifugiati,  scenario di guerriglia e liberazione.  
Nella nostra piccola Val Sangone è nato lo sci alpino, quando, nel 1896, Adolfo Kind salì a Giaveno e da lì a Pra Fieul, da dove raggiunse il Cugno dell’Alpet, per scendere con i suoi ski in legno e far nascere così lo sci.
Sport e storia, sci e cultura non possono dunque che essere legati. Per cercare le radici di quei legami Alfio ha invitato due ospiti perfetti: Enrico Camanni e Gianni Oliva.
Carpegna, Camanni, Usseglio e Oliva
Camanni, scrittore, giornalista, alpinista, è autore di due testi che vengono presentati nel corso della serata e che spostano il punto di vista di chi osserva la montagna. Il fuoco e il gelo, saggio che raccoglie le testimonianze dei soldati in trincea durante la Prima Guerra Mondiale, quando i monti erano luoghi da conquistare, da abitare e scalare anche sotto le valanghe, o sui ghiacciai in inverno. Il secondo libro, Alpi ribelli, è una lunga carrellata sui personaggi storici, magari non sempre conosciuti, che hanno fatto dei monti un rifugio e un nascondiglio.
Ad Oliva, storico, saggista, docente e personaggio politico, spetta il compito di evidenziare, traendo dai suoi moltissimi saggi, l’idea di una montagna differente.
«Per riuscire a comprendere l’importanza dei monti nella storia, dobbiamo tornare indietro nel tempo».
Così nelle parole introduttive di Gianni Oliva si apre il racconto, e gli occhi degli spettatori non vedono più un tavolo su un palco, ma cime spoglie e valli splendenti di erba grassa, percorsi di animali, pastori, mercanti, movimenti di gente e di eserciti. Le valli si trasformano, i crinali non sono più i confini che rappresentano adesso, ma comunicazione e snodo.
I sentieri erano percorsi in continuazione in estate, come le vie più rapide per collegarsi con i paesi oltre le creste, e i crinali non dividevano, ma univano. Basti vedere la distribuzione dei dialetti, che valica le cime e si arresta a fondo valle.
«I popoli si mescolavano. I giovani andavano nelle valli vicine per cercare le ragazze e sposarle» spiega Enrico.
D’inverno tutto si fermava, in attesa, ma le slitte, le racchette, che noi ora chiamiamo ciaspole, i primi sci erano molto più agili dei carri.
Per due ore restiamo ad ascoltare, incantati dalle loro parole, da ciò che evocano. Le loro frasi dipingono immagini forti, memorabili. I primi sciatori sul fronte orientale, che scivolano sugli sci nelle loro tute bianche verso il nemico; la mitragliatrice che scarica il suo metallo, tingendo di rosso i corpi e la distesa di neve, in una carneficina. Le nostre baite che, dopo l’8 settembre 1943, vengono raggiunte da chi rifiutava il fascismo, e che era salito, magari, sul primo treno che portava in montagna per poi organizzarsi in bande partigiane. La prima vittima di Coazze, Evelina Ostorero, di soli sedici anni, uccisa perché non aveva risposto all’Alt, essendo sordomuta.
La storia va imparata, anche da questo. E se non è più possibile ascoltare le testimonianze dirette di chi l’ha vissuta e creata, va cercata nei libri di storia.
«Gli anni passano e il rischio di perdere le fonti è enorme. I ragazzi devono conoscere il Novecento, le due guerre, ma anche gli Anni di Piombo, i movimenti politici fino ai giorni nostri. Tutto ciò che viene prima, può essere sintetizzato, ma l’ultimo secolo va approfondito al massimo». Così Oliva, preside e insegnante, vede l’importanza dello studio scolastico.
«I nostri ragazzi spesso non conoscono i fatti e, purtroppo nemmeno la geografia. Come si può comprendere l’importanza degli eventi se non si sa collocarli?» commenta Camanni.
La serata, purtroppo, volge al termine. Il pubblico lentamente esce dal Palafeste, aspettando il prossimo incontro, che speriamo avvenga prestissimo.




lunedì 27 maggio 2019

Marco Neirotti, Ti ammazzerò stasera, Golem edizioni


In una cittadina di provincia vengono accolti dei rifugiati. Liberi di uscire dal centro, una ex caserma, imparano l’italiano, l’integrazione e un mestiere, tentando di dimenticare le lame e le bombe. Finché una notte qualcuno lancia delle molotov e, per la loro sicurezza, i profughi vengono rinchiusi. La Polveriera da rifugio si trasforma in prigione.
Gli equilibri si sgretolano e il centro, dal nome emblematico, si trasforma in un ordigno ad orologeria. Il clima, dentro e fuori, si surriscalda e un paese tranquillo vede i suoi abitanti, pacifici e accoglienti, trasformarsi in razzisti colmi d’ira, guidati dalle farneticazioni di qualche esaltato.
Al centro di questo vortice in ebollizione c’è un ex galeotto, che vive in una baracca con cani abbandonati, suoi compagni di vita. Lui è l’obiettivo, insieme agli stranieri, di tre personaggi inquietanti e, ahimè, credibili. Il primo è il capo, un giovane che coinvolge nella sua follia due gregari, frustrati e pronti alla violenza.
Il paese assiste parteggiando inconsapevole; i genitori non vedono, o tentano di non vedere.  Attorno e sopra di loro i carabinieri, comprensivi ma vigili, provano ad arginare qualcosa che forse è troppo grande.
Marco Neirotti disegna con Ti ammazzerò stasera un’Italia orribilmente attuale, con leader che gridano ai microfoni riecheggiando frasi ascoltate dai lamentosi da bar, soffiando su una fiammella per farla diventare rogo purificatore.
Il giovane sindaco aveva risposto all’arrivo dei quaranta richiedenti asilo con apprensione, ma senza isterismi. Il prefetto venne ad illustrare alla cittadinanza tempi e regole dell’emergenza. Ma su tutto soffiava il nuovo giro di elezioni. […] I pochi diventavano tanti: borbottii presto bestemmia, sui social frasi impensabili da quella gente, titoli dei tg improbabili specchi della realtà di casa. 
«Ho scritto questo libro otto mesi fa» spiega Neirotti ai microfoni del Salone del Libro, «e purtroppo si è rivelato premonitore».
Bruno Quaranta e Marco Neirotti
Un romanzo che non è un noir, sebbene la tensione cresca dalla prima all’ultima pagina, ma uno spaccato della vita di una qualunque cittadina.
«Questo grido di allarme riguarda un problema nato in provincia» sottolinea Bruno Quaranta nel corso dell’intervista. «A differenza della grande città, la provincia ha difese diverse, altre priorità».
«Verissimo» conferma Neirotti, «sono ambienti diversi, ma i social abbattono i confini tra città e provincia. Per questo non mi stanco di ripetere che dobbiamo avere idee nostre, non rinunciare alla curiosità, non rinunciare ad imparare. Come giornalista, ho fatto reportage in ambienti difficili. Sono stato barbone, carcerato, ho incontrato persone che mi hanno insegnato tanto e ho scritto di loro».
A noi non resta che leggere il suo romanzo e imparare.

giovedì 2 maggio 2019

Massimo Tallone, Non mi toccare, Edizioni del Capricorno


Per la sua nuova creatura letteraria, Massimo Tallone punta in alto e crea un romanzo ricco e complesso, utilizzando al meglio le sue ben allenate capacità narrative.
Il libro prende avvio, come nei migliori classici, da una testimonianza, che l’autore stesso si incarica di divulgare. La vicenda viene affidata a Tallone dall’unica superstite di una strage, che, rifugiatasi in una casa isolata, affacciata su una scogliera delle isole Fær Øer, gli rivela i tratti di una storia appassionante quanto incredibile.
Susanna è la testimone, una traduttrice brillante e affascinante, affetta da aptofobia, ovvero la paura del contatto fisico. Qualunque tocco, anche il più lieve, la terrorizza, facendola cadere nel panico. Susanna, uscita dall’ufficio di via Catania, a Torino, per un improvviso mal di testa, trova al suo ritorno i cadaveri insanguinati dei due colleghi. Inizia così la ricerca dei responsabili, in una caccia al tesoro che trascina il lettore, obbligandolo, ad ogni parvenza di soluzione, a rivedere tutto da capo, sotto una nuova, inquietante luce.
Per condurre chi legge in questo magico labirinto, Tallone sfodera la sua maestria di affabulatore, di narratore sempre nuovo.
I personaggi, suo cavallo di battaglia da sempre, sfidano qui ogni fantasia, mostrando caratteri e peculiarità fantasmagoriche, restando tuttavia credibili e realistici. La carrellata ha inizio a partire dall’evanescente Susanna, figura senza peso e volume, quasi un’ombra; sfiorando la sorella Ornella, concreta e positiva, eppure attratta patologicamente dagli oroscopi; proseguendo con le due vittime, la solare Linda, legata all’indecifrabile Oscar, e l’infedele Ivan, che spiazza tutti col suo humor nero. E poi Duilio, viziatissimo rampollo di farmacisti, pronto ad accorrere in caso di bisogno, e Bartolomeo Fornetti, ex collega vittima di scherzi crudeli, e via così, fino a Tano e Piero, e alle loro banalissime eppure sordide storie personali.
In questa scoppiettante giostra di misteri, indizi, inseguimenti e colpi di scena, riusciamo comunque a restare abbagliati, a frenare la curiosità e fermarci per gustare le meravigliose descrizioni degli ambienti, ad assaporare gli stati d’animo della protagonista e del narratore, che altri non è che il nostro ammaliatore Massimo Tallone.

lunedì 11 marzo 2019

Pandiani e De Filippis

Imparare a scrivere racconti e romanzi si può? Sì, assolutamente, ma ci vuole impegno e costanza.
Uno dei passi più importanti da compiere, per sapersi destreggiare con la narrazione, è leggere. Leggere di tutto, dai racconti brevi ai tomi di mille e più pagine, serve a carpire i segreti della scrittura agli autori.
Imparare dai migliori è garanzia di ottimi risultati nel percorso per diventare scrittori.
Quando poi si ha la fortuna di poter incontrare questi autori, magari dopo aver assaporato le loro pagine, e aver conosciuto i loro personaggi, ecco che i risultati positivi aumentano in modo esponenziale.
È quanto mi è accaduto sabato sera, alla libreria di Antonella e Cristina di Rivoli. Due grandi del noir italiano, Enrico Pandiani e Carlo F. De Filippis, si sono incontrati per presentare l'ultimo romanzo di Enrico: Ragione da vendere.
La serata è partita subito con un botta e risposta fulminante sulle loro fatiche letterarie, essendo entrambi autori di diversi romanzi. Poi, scambiandosi frecciatine e battute esilaranti, sono passati ad esaminare la serie di cui Ragione da vendere fa parte, ovvero i gialli parigini con protagonisti Les Italiens, il gruppo di poliziotti di origine italiana, trasferiti, in questa ultima puntata, dal Quai des Orfevres alla nuova sede di Battignoles.
Ma non si può parlare a lungo di un poliziesco, se non a rischio di anticipare parti fondamentali del plot, e il duo è scivolato morbidamente a parlare di letture. Naturalmente altri giallisti, autori di noir celeberrimi: Chandler, Scerbanenco, Manchette i primi di un lungo elenco.
«Però io preferisco leggere letteratura "altra"» ha detto Pandiani sorprendendoci. «Mi piacciono sempre i gialli, naturalmente, ma se si vuole continuare a progredire nella scrittura, a crescere, bisogna leggere i migliori. Da quando scrivo regolarmente, ovvero da quando ho pubblicato il mio primo romanzo dieci anni fa, leggo in modo molto diverso, con una attenzione al particolare, alla struttura che prima non avevo».
Comprendere le tecniche narrative dei grandi autori, percepire le modalità stilistiche dei nuovi scrittori, gustare la sorpresa che una semplice frase può far scaturire è il primo passo per provare anche noi, semplicemente con le parole e le frasi, a creare altre emozioni.
Adesso anche noi leggeremo sicuramente in modo diverso.



venerdì 27 luglio 2018

Luca Bramante, Il feudo di Coazze, Periale Edizioni

Erano i primi anni Novanta e il giovane Luca Bramante cominciava a raccogliere dati per la sua tesi in Storia del Diritto Italiano, per la Laurea in Giurisprudenza. L’argomento era tanto originale quanto complesso: Ricerche storico-giuridiche su Coazze nei secoli XVII e XVIII. Il Relatore era un nome ancora pronunciato con rispetto e timore dagli attuali avvocati e notai: Pene Vidari.
Il lavoro che dovette affrontare il Bramante fu immane. Consultò testi giuridici, storici, riviste locali e nazionali; rovistò negli archivi e scovò documenti che non vedevano la luce da decenni, forse dal giorno stesso in cui erano stati schedati. Da quel lungo e complicato lavoro di consultazione emerse la Storia del comune a cui era tanto affezionato, Coazze.
Non la storia recente della guerra partigiana, o quella familiare dei nonni e bisnonni che vivevano e faticavano in questa piccola valle, ma una storia antica, di quando le ultime vestigia del feudalesimo resistevano nei nomi di famiglie nobili, legate al clero e al mondo militare dell’epoca, gli Orsini, i Feiditi di Challand, i Sandri Trotti, gli Henrielli.
I nomi delle famiglie coazzesi, che Luca lesse in quelle grafie criptiche degli Ordinati (i documenti giuridici) sono gli stessi che sentiamo pronunciare oggi agli appelli nelle aule scolastiche, che appartengono ai nostri amici che ancora risiedono in questa cittadina montana.
Erano loro la parte viva e vitale dell’economia di quell’agglomerato di borgate, erano loro che discutevano sui passaggi di incarichi istituzionali, sui pascoli, sui tratturi che collegavano le loro case lontane, sulle tasse da pagare ai signori, al comune e alla Sacra di San Michele, sulle spese militari.
Quello che traspare nel testo di Luca Bramante è l’amore per la sua valle e per le sue radici, unito alla passione per la cultura che, talvolta inconsapevolmente, i suoi abitanti trasmettevano ai posteri. Luca si era incaricato di ritrasmetterla a sua volta, ma non c’è riuscito; la sua vita è terminata troppo presto.
Cosetta Bergeretti ha raccolto il testimone con lo stesso amore e adesso, finalmente, dopo tanti anni, le sue parole potranno essere lette.
http://www.perialedizioni.it/

domenica 8 aprile 2018

Reading di racconti

Una serata molto coinvolgente quella di venerdì 6 aprile, che ha riunito nella Sala Conferenze dell'Ecomuseo di Coazze i partecipanti al Corso di Scrittura narrativa, organizzato dalla Periale Edizioni in collaborazione con lo staff dell'Ufficio Turistico di Coazze. 
Dopo l'introduzione di Federico Elia, e i ringraziamenti da parte mia, la parola è passata agli autori. 
Sandro Bergero, Silvana Cimieri, Francesca Gallerini, Gian Piero Pallard, Laura Trivero, Cinzia Vecco e Fabrizia Vietto hanno illustrato al pubblico cosa li ha spinti a frequentare il corso. 
La voglia di mettersi in gioco, la curiosità di scoprire in se stessi capacità mai sfruttate, la spinta di realizzare un sogno sempre accantonato sono lo stimolo per provare a scrivere, per giocare con le parole. La scrittura scaturisce dall'esigenza di raccontare un'esperienza vissuta, dalla necessità di elaborare un emozione o semplicemente di creare con la fantasia. La figura dello scrittore è discreta, il suo modo di comunicare silenzioso, privo dell'arroganza dei talk show, dell'esibizionismo di certi social. Eppure, la voglia di comunicare nello scrittore è prepotente; farsi leggere, incontrare persone tramite le parole è il motore che lo stimola a dedicare ore ed ore di fatica allo scrivere.
In questo si può vedere il successo della serata, il cui punto di forza è stato il lungo momento della lettura a voce alta. 
Gli autori hanno preso in mano i fogli stampati con le loro opere, elaborate nel mese di durata del corso di scrittura, e hanno letto al pubblico. Le loro voci non amplificate erano perfettamente udibili nel silenzio profondo della sala, sebbene fosse colma di gente. Alcuni degli autori hanno delegato Fabrizia Vietto, scrittrice per Hobby e attrice di professione, a dar vita alla loro parole con la lettura. 
Non di tutti gli scritti è stata effettuata una scrittura integrale: il tempo è sempre troppo scarso in questi casi. Resta la curiosità dei presenti di scoprire il seguito, di conoscere la conclusione dei racconti.
Noi della Periale Edizioni aspettiamo con curiosità ancora maggiore, con la speranza che alcune di queste opere possano, prima o poi, trovarsi sugli scaffali delle librerie. 


mercoledì 13 settembre 2017

Paolo Picco, L'era di Osion, Periale Edizioni

Nello spazio letterario attuale del genere fantasy, occupato pressoché totalmente dal gigantesco successo del Trono di spade, non è facile rintracciare nuovi romanzi validi, specialmente di autori esordienti. Il lettore fantasy è difficile da soddisfare: vuole trovare, tra i canoni letterari consueti, a cui è affezionato, nuovi stimoli e emozioni.
In questo è riuscito l’autore Paolo Picco, esordiente con il romanzo L’era di Osion, primo volume di una saga legata al personaggio protagonista, Amaron.
Amaron è un giovanissimo principe, addestrato suo malgrado al combattimento e al comando. Nel suo primo viaggio diplomatico attraverso il regno di Hisas, inviato da suo padre perché i sudditi possano conoscere il loro futuro re, il giovane scoprirà invece la sua vera natura.
Un vecchio soldato, incontrato in una locanda, gli svelerà il suo passato, la storia dei Sette Regni che costituiscono il suo mondo e gli aprirà lo sguardo verso un possibile futuro.
La regina Ashlynn, che siede sul trono di Orus, ha visto lo stesso futuro e le sue orribili, devastanti possibilità. Per questo ha deciso di affidare alla splendida figlia Siusan e al capitano delle guardie una missione delicata quanto pericolosa.
Quello che la regina ancora non sa è che, nella fiorente città mercantile di Seyl, vive un uomo abile e generoso, le cui scelte potrebbero divenire fondamentali per la Terra dei Sette Regni, nella battaglia contro il potente nemico.

Paolo Picco crea personaggi non stereotipati, di spessore, che incuriosiscono e convincono. L’eterea e affascinante Siusan è in realtà una donna forte e una combattente esperta; l’astuto Mastro Glenn è un abile commerciante, ma anche un uomo generoso e capace.
La lotta contro l’oscuro nemico è spesso spiazzante, le sue armi sembrano invincibili, ma il legame con la madre terra sarà fondamentale per gli esiti delle battaglie.
Così, tra spiagge sconfinate, foreste impenetrabili e specchi d’acqua immensi, Picco trascina il lettore verso la fine di questo primo avvincente episodio. 

domenica 9 luglio 2017

Renata Stoisa racconta la nascita del romanzo "Uscimmo a riveder le stelle"

Nella Torino ghiacciata la fragilità umana diventa forza


Il suo ultimo romanzo, Uscimmo a riveder le stelle, ci mostra una Torino futuristica avvolta dalle nubi e dal freddo. Da cosa è nata l’idea di ambientare il suo scritto nel 2033?
R. I personaggi del romanzo dovevano muoversi in uno scenario totalmente inospitale, quindi diverso da quello a cui siamo abituati. Era necessario inventare un evento che creasse il nuovo scenario. Non volevo allontanarmi dai luoghi che mi sono familiari, quindi ho immaginato Torino nel 2033 dopo un cambiamento climatico improvviso causato da due eventi concomitanti: un terremoto e un’eruzione vulcanica.
Tutto ha inizio a causa di due avvenimenti catastrofici: l’eruzione di un vulcano situato in Alaska e il temuto Big One, il terremoto devastante in California. Si è ispirata a fatti di cronaca o è stata la sua creatività a suggerire questo possibile scenario?
R. Purtroppo la cronaca negli ultimi dieci anni mi ha fornito molti spunti. L’eruzione del vulcano islandese dal nome impronunciabile che causò l’interruzione dei collegamenti aerei per un mese, lo tsunami in Giappone, i terremoti dell’Aquila, dell’Emilia, del centro Italia…
I cambiamenti climatici sono spesso fonte di notizie sui media, ma non spaventano quanto invece le azioni violente dell’uomo. Pensa che la massa fatichi a comprendere fino in fondo la portata dei mutamenti ambientali causati dall’uomo?
R. Vero, le guerre, anche quelle lontane, spaventano di più. Il cambiamento climatico invece è accettato con un certo fatalismo anche dalle persone più consapevoli e informate. Alcuni ritengono che sia il prezzo da pagare per non dover rinunciare al benessere conquistato dai cosiddetti paesi sviluppati, altri preferiscono pensare che l’attività umana non sia responsabile di tale cambiamento. Quando i fatti sono indipendenti dalla nostra volontà, si tende a rimuoverli, per non dover ammettere i nostri limiti. È più rassicurante parlare di una tragedia, come la guerra, causata completamente dall’uomo che di un cataclisma fuori dal nostro controllo. Ammettere che le cose accadono indipendentemente da noi, obbliga a pensare e a riflettere su argomenti scomodi e difficili.
Amitav Gosh ha presentato al Salone del libro di Torino una conferenza sul clima che ha avuto echi e ripercussioni nel mondo letterario. La sua tesi è che la letteratura non parli di cambiamenti climatici in atto. Lei pensa che ci sia un reale timore ad affrontare simili tematiche?
R. Quando ho letto l’intervista di Amitav Gosh, ho pensato che se una persona del suo calibro si interrogava sull’assenza, nei romanzi, del tema cambiamento climatico, beh allora, con il mio Uscimmo a riveder le stelle stavo accogliendo il suo invito, ma anche correndo un bel rischio. Perché indubbiamente il tema è difficile. C’è il pericolo di scivolare nel genere apocalittico, oppure nella fantascienza. Gosh ha ragione. Per uno scrittore affermato è meglio evitare il tema, sa che i lettori preferiscono argomenti anche crudi, ma meno inquietanti: in un thriller c’è sempre un bravo commissario che risolve il caso, in una storia di violenza si può sempre individuare il cattivo. Ma se il terremoto distrugge il centro storico dell’Aquila è difficile impostare lo schema classico: protagonista- antagonista. Un romanzo non è un’inchiesta o un articolo di giornale, in cui si può andare a caccia dei colpevoli partendo dall’inefficienza dei soccorsi o dai ritardi della ricostruzione. 
L’incipit di Uscimmo a riveder le stelle è folgorante: mostra un’umanità sperduta perché isolata da Internet e da quelli che ormai sono diventati i nostri rapporti umani: i Social Network. Nelle pagine successive, i personaggi si sono perfettamente adeguati al nuovo ordine delle comunicazioni. Vede questo cambiamento come positivo? Si spinge ad auspicare un ritorno alla comunicazione verbale o personale?
R. No, ovviamente. Spero proprio che ciò che racconto nel romanzo non debba mai succedere. Lo scenario del romanzo è il pretesto per porre il tema. Ritornando a Gosh, penso che la paura di ciò che sfugge al nostro controllo non debba impedirci di porci domande su come possiamo affrontare situazioni spiazzanti, senza, per questo, restare schiacciati dalla consapevolezza della nostra fragilità. Perché questo è il punto. A nessuno piace ammettere di essere impotente e fragile, soprattutto all’uomo occidentale che è ancora immerso nel mito novecentesco del valore salvifico della scienza. Un terremoto, l’eruzione di un vulcano sono eventi che l’uomo non può controllare. L’idea di dover subire le conseguenze tragiche di un fenomeno naturale è inaccettabile per alcune persone. Purtroppo però, bisogna accettare la realtà. La realtà ci dice che, nonostante gli enormi progressi compiuti dall’umanità, ci sono ancora forze che non possono essere controllate. E allora? Possiamo parlarne? E magari scopriremo che è possibile andare oltre.
La storia ci insegna che l’umanità non si è mai arresa davanti agli eventi più tragici. Lo spirito di sopravvivenza è ben radicato nei nostri geni. L’uomo, sia come individuo sia in quanto animale sociale, è capace di affrontare qualsiasi prova e di rigenerarsi in modo sorprendente. È successo quando le grandi civiltà dell’Africa e dell’Asia minore sono finite, è successo quando la peste ha decimato la popolazione in Europa, è successo quando le carestie hanno costretto popolazioni intere a migrare alla ricerca di nuove terre, sta succedendo oggi sotto i nostri occhi, ogni giorno, a persone diverse e dalle quali qualcuno si sente minacciato.
Mi sono chiesta: e se succedesse anche a noi? 
Questo ultimo romanzo si stacca nettamente dalla sua produzione letteraria precedente: due saggi storici e un romanzo di introspezione fortemente legato alla storia italiana del Novecento. Questo romanzo distopico, ambientato in un futuro freddo e senza sole, ha comunque un collegamento con le sue opere precedenti? Qual è il filo conduttore?
R. L’ambientazione e la trama dei libri sono sempre lo spunto per parlare di qualcosa che ci sta a cuore. Nella vita, secondo me, ciò che conta sono le relazioni umane. Le situazioni, sia reali sia immaginarie, possono essere diversissime, le relazioni umane invece rispondono sempre agli stessi sentimenti: amore, amicizia, solidarietà, condivisione. Naturalmente c’è anche il contrario: l’indifferenza, l’egoismo… Quando scrivo, sia un saggio storico, sia un romanzo, preferisco mettere in luce i sentimenti positivi. Mi piace raccontare storie dove ci sono buone relazioni umane. Questo vale anche in un Uscimmo a riveder le stelle, romanzo distopico, dove l’ambiente è difficile.
La Storia ha anche in questo libro un’importanza fondamentale, sia come confronto ai fatti che stanno accadendo nel momento attuale, sia come passato da non cancellare. Quale potrebbe essere il ruolo della Storia nelle nostre vite?
R. Sono abituata a guardare la realtà andando oltre ai fatti in quanto tali, ma confrontandoli a quelli del passato. E sorprendente la quantità di analogie che vengono fuori. Si ha la sensazione che il passato continui a ripresentarci scelte e situazioni sempre uguali, nella sostanza non nella forma. Le stesse sfide, le stesse opportunità. Noi pensiamo che tutto cambi, ma in realtà non è così.
Renata Stoisa è un’insegnante di Matematica. Come nasce la sua passione per la scrittura? Qual è stato lo stimolo iniziale?
Invidia verso le colleghe di lettere? Da ragazzina volevo imitare miei scrittori preferiti. Ho cominciato a scrivere parafrasando le poesie degli ermetici…
C’è già un nuovo scritto all’orizzonte?
R. Sì, un romanzo storico.
Se dovesse dare un consiglio ad un giovane che vuole tentare la strada della narrativa, quale sarebbe?
R. Leggere tanto.






sabato 24 giugno 2017

Renata Stoisa, Uscimmo a riveder le stelle, Periale Edizioni

La Torino fredda e buia di Renata Stoisa scalda il cuore

Giunta al suo quarto lavoro editoriale, Renata Stoisa si reinventa e crea una vicenda tanto attuale quanto imprevedibile. Lasciata da parte la storia, l'autrice entra in un mondo futuristico e costruisce un ambiente inquietante eppure realistico.

Siamo nel 2033, Torino è rimasta la stessa che conosciamo bene: nessun palazzo crollato, nessun bombardamento a scavare buche nell'asfalto e nella memoria. Una cappa di pulviscolo e gas ha ricoperto il cielo nel 2020, accumulandosi in uno strato così alto da non poter più essere smaltito. E' stata l'eruzione imprevista del Katmai, unita ad un catastrofico terremoto in California, a devastare il clima del vecchio continente e l'economia mondiale.
L'uomo, in tutto questo, non ha colpa, se non quella di non aver saputo prevedere, di essere rimasto inerte e impotente di fronte all'emergenza, troppo intento a programmare il domani per accettare di essere fragile e inerme.
Dopo il doppio cataclisma, molti hanno lasciato le terre inospitali per rifarsi un futuro. Qualcuno, però, non si è arreso. Legati alla città dalla famiglia, dagli affetti, da una precedente sicurezza economica, hanno rielaborato le loro conoscenze e le loro capacità, adattandole a nuove esigenze di sopravvivenza e a nuove regole di vita comune.
Chiuse le stanze inutili dei loro appartamenti lussuosi, sostituiti tailleur e blazer con pantaloni da sci e giacche tecniche, hanno imparato ad accendere un fuoco e a cucinare con pochi ingredienti, sempre gli stessi.
Non tutti ci riescono: le fragilità interiori trovano terreno fertile nelle difficoltà materiali; le priorità si sovvertono, richiedendo forza ed elasticità.
La speranza, però, esiste e trova il nido in cui crescere nei giovani, nel loro desiderio di ribellione che trascina anche gli adulti verso una nuova possibile rinascita.

lunedì 13 marzo 2017

Luca Rinarelli, Inverno rosso, Eris

Dicembre, freddo. Torino è buia, ovattata dalla nebbia, dalla pioggia mista a neve. I marciapiedi sono ingombri di poltiglia, difficili da percorrere, impossibili per dormirci la notte.
Il professor Di Mino cammina guardingo, lungo le stradine deserte della Crocetta, in una gelida notte di dicembre. La sua casa è blindata, sorvegliata, eppure non si sente tranquillo; solo una volta entrato tra le sue mura, una volta ascoltati i respiri lenti della moglie dei figli, potrà forse rilassarsi.
Non molto lontano, su un binario morto tra due stazioni di Torino, cinque moldavi dormono su un vagone abbandonato; soltanto uno di loro si accorgerà dell’incendio che li sta uccidendo e capirà il perché, prima di morire.
Le luci di Natale non illuminano le strade di Inverno rosso, se non per sottolineare la povertà e la solitudine di chi vive oltre i margini della società cosiddetta civile. Werner non ha oltrepassato quei confini, ma ci è andato molto vicino. Il suo passato non è di quelli da raccontare agli amici, che poi non sono molti: il suo carattere chiuso, la sua voglia di restare defilato, nell’ombra, non gli hanno permesso di creare facilmente legami stabili. Forse per questo trova così piacevole la compagnia dei clochard, simili a lui, eppure così diversi tra loro. La loro schiettezza, la loro sincerità burbera e folle sono garanzia di onestà, quella che Werner fatica a trovare persino in se stesso.
Alfredo è quello che forse gli somiglia di più, quello per cui si sente protettivo, Alfredo che viene trovato assiderato davanti a Palazzo Nuovo. Non certo una notizia da prima pagina, ma Ilenia, cronista di Radio Flash, pensa che invece valga la pena di far sapere ai suoi ascoltatori cosa è accaduto.
È l’inizio di un’indagine molto particolare, che porta il lettore a scoprire un mondo di cui forse preferirebbe non sapere niente. 
Con prosa asciutta e schietta, Rinarelli ci guida nel mondo nascosto dei barboni, provocandoci emozioni forti senza inutili orpelli stilistici, ma solo con la narrazione dei fatti. 
Da leggere

mercoledì 8 febbraio 2017

Tallone & Carillo, Le maschere di Lola, Il capricorno

Conoscere Massimo Tallone è come iscriversi ad un’università straniera: all’inizio si prova una sensazione mista di spaesamento e curiosità, poi, giorno dopo giorno, si entra in un turbine di insegnamenti, amicizia, goliardia e crescita personale; in due parole: uno spasso costruttivo.  Leggere i suoi romanzi è un po’ come conoscerlo, sentire la sua voce, la sua risata schietta e rapida, vedere i suoi occhi brillanti e sagaci, magari attraverso la mediazione dei suoi alter ego, sparsi tra i diversissimi personaggi dei suoi scritti. Tra tutti la formidabile Lola, protagonista della serie ideata in collaborazione con il geniale Biagio Fabrizio Carillo.
Lola è una ragazzina di sedici anni quando, colta sul fatto durante il suo primo non concluso amplesso, viene aggredita dal padre nel capanno degli attrezzi. La sua legittima difesa viene trasformata in omicidio, con una condanna che la trattiene per sei anni in galera: sarà questa la sua vera scuola di vita.

Avventura dopo avventura, Lola si trasforma. Da ristoratrice creativa, diventa titolare di un negozio di gourmandises, il Caveau, che attira l’alta società torinese, ma anche una serie di personaggi meno piacevoli, che la trascinano in indagini spesso condotte suo malgrado. Uno di questi incontri è Guiscardo, investigatore della Digos che la obbliga ad una collaborazione e, senza volerlo, resta affascinato da questa donna energica, bella e spesso pungente.
Nelle Maschere di Lola, il quarto episodio della serie (ma chiamare episodio questo romanzo ricco di avvenimenti, colpi di scena e ritmo è decisamente riduttivo), Tallone e Carillo ci catturano, come al solito, fin dalla prima pagina, dove assistiamo agghiacciati ad una scena sconvolgente: un gruppo di donne distese sui gradini di Piazza Solferino, ferite ed intrappolate in una rete da pesca. Non abbiamo ancora avuto il tempo di respirare per la fine del capitolo, che siamo trascinati nella cella frigo di un macello della campagna cuneese, e da lì, dopo una veloce puntata alla meravigliosa gastronomia di Lola, nel lussuoso ingresso di una villa torinese. Lì ci attende un cadavere, la testa insanguinata, le membra scomposte sul pavimento.
Come noi, anche Lola non riesce a fermare la rapidità degli eventi che la coinvolgono e, con la sua abituale rapidità di reazione, capisce che deve scappare, da tutti, anche dagli amici. Nella sua fuga dovrà trasformarsi ancora, travestirsi per attirare gli sguardi e distogliere l’attenzione, dovrà indossare delle maschere per poter continuare ad essere se stessa: la Lola che non vuole essere costretta da regole, che combatte senza risparmiarsi.
Con la sicurezza che il camuffamento le concede, Lola comincia ad investigare, cercando il bandolo di una matassa che rivela sempre più nodi, scoprendo strani passaggi di mano e una battaglia che si fa sempre più cruenta tra vegani e carnivori.
Percorre le vie di Torino e della provincia, tornando a quello che sembra il punto d’origine di tutto: il vecchio capanno di suo padre. Ma i rimandi non sono ancora terminati e da qui la trasformista si sposta ancora, in un labirinto che è anche un gioco narrativo.
I due artefici di questo sottile gioco sono proprio Tallone e Carillo, abilissimi nel mostrarci le mosse dei diversi protagonisti, sempre secondo il punto di vista della nostra eroina, che ci trascina con sé nella frenetica caccia alla verità. Ad accompagnarla, o ad ostacolarla, una giostra di personaggi curiosi e stravaganti, incantevoli o detestabili, ma sempre affascinanti. L’esotico Wasabi, la cui forza di carattere e la calma interiore sono il frutto di esperienze negative e di un lungo lavoro di addestramento. La dolce attivista Sonia, che vive circondata da piante grasse e ideali. E poi, un misterioso barbone alcolizzato, un corpulento direttore di clinica, una donna bella e acida e altri ancora, incaricati dai due autori di condurci lungo una indagine che trascina e diverte, con lo stile brillante e ricco a cui la coppia di autori ci ha abituato.



mercoledì 23 novembre 2016

AA.VV. Sette autori per sette delitti, Echos

Scrivere la recensione di un giallo è sempre molto complicato. Cosa anticipare? Come evidenziare i pregi senza rivelare troppo della trama? Si parla dell’ambientazione, dello stile letterario, del protagonista. Ma se invece di un unico romanzo, magari anche corposo, il libro è composto da sette racconti, la cui trama è concentrata in poche pagine? Il rischio, oltre a quello di togliere la sorpresa, è di banalizzare e appiattire gli scritti, che hanno invece particolarità narrative ben diverse e rendono la raccolta ricca e sfaccettata. 
Così mi sono messa nei panni di chi prende in mano il libro per la prima volta e ho capito.
C'è qualcosa di speciale, infatti, che attira i lettori di gialli e che in Sette autori per sette delitti troveranno ben sviluppato come filo conduttore.
Non è la giustizia che trionfa alla fine; non è la tensione delle ultime pagine e nemmeno il meccanismo con cui l'assassino viene smascherato. Certo, tutti questi elementi sono importanti e aiutano ad arricchire ognuno dei racconti. Quello che, però, colpisce in questo libro è la normalità: il delitto non è prerogativa di un'élite, di un ceto sociale irraggiungibile e prestigioso o, al contrario, emarginato e violento. Qui l'omicidio tocca la gente comune e per questo è ancora più terribile e narrativamente avvincente. 
Studenti, impiegati, una semplice cameriera, donne comuni o uomini d'affari sono le vittime di questi criminali, anch’essi “normali” sotto tutti gli aspetti. I delitti non avvengono su yacht lussuosi o in sordidi vicoli malfamati, ma nelle strade e luoghi che tutti noi conosciamo, mostrando al lettore un aspetto imprevedibile dell’ambiente a lui familiare.
Con varietà di stili e sfoggio di fantasia i sette autori hanno affrontato proprio la banalità del delitto, costruendo questi sette appassionanti polizieschi.

La raccolta Sette autori per sette delitti è il frutto di un laboratorio di scrittura gialla, condotto da me e da Massimo Tallone in due giornate. 

lunedì 14 novembre 2016

Andrea Bes, La battaglia contro il nulla, Echos

Ci sono libri che occupano un posto di riguardo, nel cuore e nella casa; sono libri che vogliamo avere sempre a disposizione, fosse anche per una semplice occhiata. Sono lì, sul tavolino accanto alla nostra poltrona preferita, sul comodino, di traverso su altri libri nella libreria, lasciati con apparente trascuratezza, ma in realtà con l’intento di averli in mano in ogni momento.

La battaglia contro il nulla, di Andrea Bes, a casa nostra è sulla mensola di fianco al caminetto, il posto più ambito in questi giorni di primi freddi. L’ho già letto tante volte, eppure ogni pagina mi riserva ancora delle sorprese.
Le sue riflessioni, i suoi ricordi sono forti, ma presentati con una delicatezza che colpisce, colpisce molto di più delle parole urlate e arroganti, e fa riflettere.
La vita di ogni giorno traspare dalle sue parole come una vita serena, con gli intoppi di tutti. La sua disabilità è soltanto uno dei modi di affrontare le difficoltà di ogni giorno, di superare gli ostacoli che vengono messi di fronte ad ognuno di noi non dalla natura o dal destino, ma dagli altri uomini, privi della capacità di vedere oltre se stessi.
La lezione di Andrea è utile ma soprattutto piacevole; la sua scrittura ironica affronta con leggerezza temi profondi e apre la mente con garbo, le illustrazioni di Nicolò Rivello danno corpo all’immaginazione e trasportano nel mondo meraviglioso che sa crearsi chi ha veramente capito cosa chiedere alla vita. 

sabato 16 luglio 2016

Elena Ciavarella, L'ultima bugia, Echos edizioni

L’Ultima bugia è un romanzo breve che racchiude in sé molte storie, che potrebbero da sole reggere un’intera narrazione. La protagonista di tutte è Vittoria, una donna realizzata e felice, che nasconde una personalità sfaccettata.
Vittoria è moglie amata e madre soddisfatta, ma è anche un’orfana cresciuta da sola, fino all’incontro con una donna che le cambierà la vita. La sua infanzia complicata le creerà una visione del mondo sempre un po’ obliqua, le darà un perenne senso di inadeguatezza che però Vittoria, intelligente e caparbia, saprà trasformare in un punto di forza. Non teme la fatica e si dedica con tutto l’impegno possibile a ciò che la appassiona: l’arte. I suoi studi la portano a Firenze, dove una terza donna, Valerie, dinamica e gioiosa, insinuerà nella sua esistenza nuove possibilità.
Eppure Vittoria non esiterà ad abbandonare tutto per l’amore, conscia di fare una scelta che la costringe a lasciare le altre alternative, ma sicura infine della decisione presa.
Decide quindi di voltare le spalle al passato, per vivere in pienezza un presente meraviglioso e ricco di prospettive. Si trasferisce a Torino con suo marito e si trasforma, quasi inavvertitamente, in una nuova Vittoria. Per questo tiene per sé, con una reticenza ostinata, la sua infanzia e la sua giovinezza, spaccando in questo modo la sua stessa vita in due: prima e dopo la scelta.
Quello che ancora non sa è che la vita non si limita a darci due possibilità, ma si diverte a giocare con le nostre scelte, ripresentandone sempre di nuove.