Siamo nell'assolata e opulenta Sicilia degli anni Trenta. Sebastiana è una bimba di pochi anni, che vive insieme alla sua numerosa famiglia a Castellammare del Golfo, un paese della provincia di Trapani. La madre è una sarta molto richiesta, con un atelier rinomato e una trentina di sarte alle sue dipendenze. Ma lei ha altri progetti: vuole per i suoi figli un'educazione cittadina, che li porti a compiere studi avanzati.
Convince il marito, impiegato alle poste come invalido di guerra, a preparare un concorso e, una volta passatolo, a trasferirsi a Palermo.
Comincia, per la famiglia Buscemi, una nuova vita. Chiuso l'atelier, si trasferiscono in un grande palazzo, trasformandolo in pensione. Il destino, però, ha disegni ben diversi e l'Italia entra in guerra. La povertà tocca tutti i ceti, spingendo i disonesti al mercato nero. La famiglia Buscemi soffre la fame; il denaro non basta mai, e i pensionati scarseggiano. Ma il peggio deve ancora arrivare: una notte cominciano i bombardamenti degli americani. La città viene colpita, i palazzi crollano, gli impianti saltano.
Sebastiana ha imparato, con i fratelli e la madre, a scappare in gran fretta, prendendo i bimbi più piccoli in braccio o per mano. Ha imparato a dominare la paura per il fragore delle bombe, ad evitare i cavi elettrici divelti, a rifugiarsi fingendo di non sentir tremare la terra e i muri.
Poi arriva il 1943, gli americani sbarcano e la vita, in mezzo a mille difficoltà, sembra riprendersi. Sebastiana ci porta nell'arida campagna dove erano sfollati, e poi di nuovo in città, a cercare un possibile futuro, anche nell'emigrazione in America.
Con una prosa ricca e scorrevole, la Buscemi ci porta indietro nel tempo, lontano dalle nostre sicurezze e comodità, per dipingere il ritratto di una grande donna e di una famiglia tenace e coraggiosa, che ha saputo rialzarsi dalla polvere grazie all'onestà e all'intelligenza.
Una saga familiare da leggere assolutamente, come un romanzo, ben sapendo che si tratta di una storia vera.
venerdì 18 ottobre 2019
martedì 10 settembre 2019
Andrea Molesini, La primavera del lupo, Sellerio
Ho letto soltanto adesso, a sei anni dall'uscita, La primavera del lupo, di Andrea Molesini. Il libro era lì, ad aspettarmi sul ripiano della libreria, ma non mi sembrava mai il momento. L'amarezza del tema, il periodo storico più discusso della storia d'Italia, la narrazione affidata ad un bambino orfano di dieci anni mi facevano immaginare un romanzo doloroso, la cui lettura serale difficilmente avrei sopportato. Così non è. Iniziato durante una domenica di relax, mi è stato facile, anzi doveroso, terminarlo rapidamente.
Il dolore c'è: due bambini di dieci anni, Dario ebreo e Pietro cattolico, sono tenuti nascosti nel convento di San Francesco del Deserto, che si trova su un'isolotto davanti a Venezia. Siamo nel marzo 1945, la guerra sta per finire e l'Italia è frammentata e confusa. In uno degli ultimi accessi d'odio dell'antisemitismo, i tedeschi arrivano al convento, in cerca del bambino e di due sorelle, anch'esse ebree, anch'esse nascoste. Nella notte si deve fuggire, Pietro va con loro, guidati da frate Ernesto e da suor Elvira. Una barca, manovrata da quello che Pietro chiama Lirlandese, li porta al largo.
È l'inizio di una fuga ricca di colpi di scena, che porterà il gruppo dalla laguna al mare e di nuovo alla terraferma, fino ai boschi del Trentino. Intanto inizia e finisce aprile e comincia maggio, ma il lettore non se ne avvede, se non dalle rare date scritte da suor Elvira su fogli che usa come diario della fuga e come sfogo per il suo segreto. Il gruppo fugge di notte, nella nebbia, nel bosco; la natura non cambia e non si vede; si sente freddo, ci si bagna, si mangia pochissimo e male. Qualcuno non ce la fa, altri entrano in scena. Primo fra tutti Karl, un tedesco che ha sofferto e, per questo, ha cambiato idea.
Non mi pento di aver letto questo romanzo: il dolore si stempera nella parole ingenue e ridicole di Pietro, la storia d'Italia resta come sfondo sfumato di confusione e ingiustizie. Ammetto, però, di non esserne rimasta del tutto convinta.
Innanzitutto la prosa di Pietro è troppo sgrammaticata, soprattutto se collegata ai significati che il bambino esprime, concetti filosofici profondi narrati con figure retoriche che talvolta sembrano davvero poco spontanee. In secondo luogo non mi ha convinto la scansione della trama, troppo densa di scene ad effetto, di comparse eccessive nella bruttezza o nell'enigmaticità. Questo secondo tratto toglie scorrevolezza all'intreccio, rendendolo più un susseguirsi di eventi, che un filo narrativo vero e proprio. Inoltre restano irrisolti alcuni punti che il lettore memorizza e che, a libro chiuso, danno una sensazione di incompletezza.
Resta, in ogni caso, un libro da leggere, per capire i segni che le brutture della guerra, soprattutto quando è alla fine e gli odi si scatenano in violenze inutili e vendicative, lasciano sui bambini. Loro ci portano dentro la vicenda, e loro ce ne faranno uscire, con una chiusura degna di un'epigrafe.
martedì 23 luglio 2019
Francesca Manfredi, L'impero della polvere, La nave di Teseo
Valentina
ha soltanto dodici anni, ma sente che nei suoi giorni qualcosa sta cambiando.
L’estate torrida è in arrivo e porta con sé paura, dolore e forti sensazioni,
che non sono di bambina, ma di donna sulla soglia della vita adulta.
Nella
casa di campagna, antica, tre generazioni di donne convivono e tentano di
equilibrarsi. La nonna, che rappresenta la sapienza popolare e contadina, è
instancabile, dura come lo devono essere le donne sagge. Devota e religiosa,
coinvolge la nipote nelle sue inconsapevoli superstizioni, senza volerla appassionare
alla conduzione della fattoria.
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La
mamma, di soli trent’anni, guarda avanti, verso un futuro in cui non c’è più il
suo compagno, il padre di Valentina, ma soltanto figure femminili e potenti.
Rimpiange a tratti la giovinezza perduta nel diventare madre a diciotto anni, e
ricerca una speranza senza molta convinzione, trattenendo fino alle ultime
pagine i suoi segreti dolorosi.
In
questo dolore viene coinvolta la bambina, con il distacco e l’incoscienza di
chi vede il proprio corpo cambiare, evolversi e assorbire tutta la sua attenzione.
Questo
alternarsi di dolore e futuro possibile, di libertà e doveri familiari, si
manifesta al lettore attraverso calamità eterne, scritte nel Libro secoli fa, e
tramandate nella memoria di popoli fino ad oggi.
Prima
arrivò il sangue. Così Valentina ci introduce nel suo mondo remoto. Il sangue
sgorga da lei stessa, che ne cela il segreto a tutti, poi dalla crepa nel muro,
con insistiti tentativi di cancellarlo, fino alla sua sparizione. Da quel
giorno, nella casa si susseguono sciagure imprevedibili dalla mente del
lettore, fin quando non ritrova la propria memoria atavica e riconosce, sebbene
declinate ad una modernità non descritta né percepita, le dieci piaghe
d’Egitto.
Le
tre donne incolpano se stesse a turno, per la responsabilità di queste
disgrazie, mantenendo una irrealtà narrativa che trasforma questa semplice
vicenda familiare in una storia senza tempo, in una rappresentazione della
femminilità e dell’amore talvolta spietato di una madre.
Francesca
Manfredi ci fa ascoltare la voce immatura ma sensata di Valentina, portandoci
in un mondo incantato dove i valori sono i pilastri dell’umanità.
mercoledì 19 giugno 2019
Montagne ribelli, Camanni e Oliva a Coazze. 14 giugno 2019
Può accadere
così, che in un paese di montagna si radunino un centinaio di persone, una sera
qualunque, semplicemente per ascoltare. Nessun video ad effetto, nessuna
musica, solo parole, parole che raccontano la montagna.
Tutto nacque
da un’idea di Alfio Usseglio, in collaborazione con la sezione CAI di Coazze, di cui è presidente. Appassionato da sempre
di sport alpini, frequentatore di cime e valli in tutte le stagioni, la sua
concezione di montagna è a tutto tondo: non solo turismo e attività fisica, ma
cultura, lingua e storia.
I nostri monti
italiani, le Alpi in particolare, non sono solamente antiche tradizioni e
racconti dei nostri vecchi, ma sono stati teatro di guerre e battaglie, sono rifugio
per ribelli e rifugiati, scenario di
guerriglia e liberazione.
Nella nostra
piccola Val Sangone è nato lo sci alpino, quando, nel 1896, Adolfo Kind salì a
Giaveno e da lì a Pra Fieul, da dove raggiunse il Cugno dell’Alpet, per scendere
con i suoi ski in legno e far nascere così lo sci.
Sport e
storia, sci e cultura non possono dunque che essere legati. Per cercare le
radici di quei legami Alfio ha invitato due ospiti perfetti: Enrico Camanni e Gianni
Oliva.
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| Carpegna, Camanni, Usseglio e Oliva |
Camanni,
scrittore, giornalista, alpinista, è autore di due testi che vengono presentati
nel corso della serata e che spostano il punto di vista di chi osserva la
montagna. Il fuoco e il gelo, saggio
che raccoglie le testimonianze dei soldati in trincea durante la Prima Guerra
Mondiale, quando i monti erano luoghi da conquistare, da abitare e scalare
anche sotto le valanghe, o sui ghiacciai in inverno. Il secondo libro, Alpi ribelli, è una lunga carrellata sui
personaggi storici, magari non sempre conosciuti, che hanno fatto dei monti un
rifugio e un nascondiglio.
Ad Oliva,
storico, saggista, docente e personaggio politico, spetta il compito di
evidenziare, traendo dai suoi moltissimi saggi, l’idea di una montagna
differente.
«Per riuscire
a comprendere l’importanza dei monti nella storia, dobbiamo tornare indietro nel
tempo».
Così nelle
parole introduttive di Gianni Oliva si apre il racconto, e gli occhi degli
spettatori non vedono più un tavolo su un palco, ma cime spoglie e valli
splendenti di erba grassa, percorsi di animali, pastori, mercanti, movimenti di
gente e di eserciti. Le valli si trasformano, i crinali non sono più i confini
che rappresentano adesso, ma comunicazione e snodo.
I sentieri erano
percorsi in continuazione in estate, come le vie più rapide per collegarsi con
i paesi oltre le creste, e i crinali non dividevano, ma univano. Basti vedere la
distribuzione dei dialetti, che valica le cime e si arresta a fondo valle.
«I popoli si
mescolavano. I giovani andavano nelle valli vicine per cercare le ragazze e
sposarle» spiega Enrico.
D’inverno
tutto si fermava, in attesa, ma le slitte, le racchette, che noi ora chiamiamo
ciaspole, i primi sci erano molto più agili dei carri.
Per due ore restiamo ad ascoltare, incantati dalle loro parole, da ciò che evocano. Le loro
frasi dipingono immagini forti, memorabili. I primi sciatori sul fronte orientale,
che scivolano sugli sci nelle loro tute bianche verso il nemico; la mitragliatrice che
scarica il suo metallo, tingendo di rosso i corpi e la distesa di neve, in una
carneficina. Le nostre baite che, dopo l’8 settembre 1943, vengono raggiunte da
chi rifiutava il fascismo, e che era salito, magari, sul primo treno che
portava in montagna per poi organizzarsi in bande partigiane. La prima vittima
di Coazze, Evelina Ostorero, di soli sedici anni, uccisa perché non aveva
risposto all’Alt, essendo sordomuta.
La storia va
imparata, anche da questo. E se non è più possibile ascoltare le testimonianze
dirette di chi l’ha vissuta e creata, va cercata nei libri di storia.
«Gli anni
passano e il rischio di perdere le fonti è enorme. I ragazzi devono conoscere
il Novecento, le due guerre, ma anche gli Anni di Piombo, i movimenti politici
fino ai giorni nostri. Tutto ciò che viene prima, può essere sintetizzato, ma l’ultimo
secolo va approfondito al massimo». Così Oliva, preside e insegnante, vede l’importanza
dello studio scolastico.
«I nostri
ragazzi spesso non conoscono i fatti e, purtroppo nemmeno la geografia. Come si
può comprendere l’importanza degli eventi se non si sa collocarli?» commenta
Camanni.
La serata, purtroppo, volge al termine. Il pubblico lentamente esce dal Palafeste, aspettando il prossimo incontro, che speriamo avvenga prestissimo.
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