mercoledì 13 novembre 2019

Marco Ponti, Ombre che camminano, Salani


Frederic è un ragazzino di prima media, con tutti i problemi e le contraddizioni che la sua età regala ad ogni adolescente. Per peggiorare le cose, Frederic è appena arrivato a Torino dagli Stati Uniti, con sua madre Beatrix, che ha lasciato la cattedra di Meccanica Quantistica per seguire il marito Alessandro, scrittore in cerca di ispirazione. La sua famiglia si è sistemata in una grande villa della città, un po’ fatiscente, non certo pratica e comoda, ma sicuramente particolare. Freddy ha due amici, Liz la chiacchierona e Ben il silenzioso, un po’ strambi anche loro e per questo vittime di un gruppo di bulli di città: ma insieme i tre stanno bene, si capiscono e questo è già davvero tanto! Eppure lui si sente solo, abbandonato anche dal suo amico immaginario, rimasto in America. E poi i suoi genitori sono così distanti, gelidi e sempre soprapensiero. Si sono persino scordati il giorno del suo compleanno! E allora che fare? Nonostante quella villa gli dia i brividi, non resterà che esplorarla, magari cominciando dalle cantine, così antiche e polverose.
Qui comincia un’avventura sconvolgente, in cui i tre amici dovranno affrontare paure ben più grandi di una semplice banda di bulli maneschi. Impareranno a credere a ciò che vedono, anche se è assolutamente impossibile; impareranno a fidarsi l’uno dell’altro e a farsi nuovi amici, senza badare all’età o al passato di ciascuno di loro. Nel corso di poche ore i tre ragazzini scopriranno l’importanza dell’amicizia e dell’amore, che supera ogni barriera, compresa quella del tempo.

Leggete questo romanzo con gli occhi di un ragazzino, ma apprezzatelo per i riferimenti letterari, per le immagini di una Torino affascinante, per gli eventi storici che non devono mai essere dimenticati. 

venerdì 18 ottobre 2019

Sebastiana Fortuna Buscemi, A piedi nudi sulla strada, Impremix Edizioni

Siamo nell'assolata e opulenta Sicilia degli anni Trenta. Sebastiana è una bimba di pochi anni, che vive insieme alla sua numerosa famiglia a Castellammare del Golfo, un paese della provincia di Trapani. La madre è una sarta molto richiesta, con un atelier rinomato e una trentina di sarte alle sue dipendenze. Ma lei ha altri progetti: vuole per i suoi figli un'educazione cittadina, che li porti a compiere studi avanzati. 
Convince il marito, impiegato alle poste come invalido di guerra, a preparare un concorso e, una volta passatolo, a trasferirsi a Palermo. 
Comincia, per la famiglia Buscemi, una nuova vita. Chiuso l'atelier, si trasferiscono in un grande palazzo, trasformandolo in pensione. Il destino, però, ha disegni ben diversi e l'Italia entra in guerra. La povertà tocca tutti i ceti, spingendo i disonesti al mercato nero. La famiglia Buscemi soffre la fame; il denaro non basta mai, e i pensionati scarseggiano. Ma il peggio deve ancora arrivare: una notte cominciano i bombardamenti degli americani. La città viene colpita, i palazzi crollano, gli impianti saltano. 
Sebastiana ha imparato, con i fratelli e la madre, a scappare in gran fretta, prendendo i bimbi più piccoli in braccio o per mano. Ha imparato a dominare la paura per il fragore delle bombe, ad evitare i cavi elettrici divelti, a rifugiarsi fingendo di non sentir tremare la terra e i muri. 
Poi arriva il 1943, gli americani sbarcano e la vita, in mezzo a mille difficoltà, sembra riprendersi. Sebastiana ci porta nell'arida campagna dove erano sfollati, e poi di nuovo in città, a cercare un possibile futuro, anche nell'emigrazione in America. 
Con una prosa ricca e scorrevole, la Buscemi ci porta indietro nel tempo, lontano dalle nostre sicurezze e comodità, per dipingere il ritratto di una grande donna e di una famiglia tenace e coraggiosa, che ha saputo rialzarsi dalla polvere grazie all'onestà e all'intelligenza. 
Una saga familiare da leggere assolutamente, come un romanzo, ben sapendo che si tratta di una storia vera.

martedì 10 settembre 2019

Andrea Molesini, La primavera del lupo, Sellerio

Ho letto soltanto adesso, a sei anni dall'uscita, La primavera del lupo, di Andrea Molesini. Il libro era lì, ad aspettarmi sul ripiano della libreria, ma non mi sembrava mai il momento. L'amarezza del tema, il periodo storico più discusso della storia d'Italia, la narrazione affidata ad un bambino orfano di dieci anni mi facevano immaginare un romanzo doloroso, la cui lettura serale difficilmente avrei sopportato. Così non è. Iniziato durante una domenica di relax, mi è stato facile, anzi doveroso, terminarlo rapidamente. 
Il dolore c'è: due bambini di dieci anni, Dario ebreo e Pietro cattolico, sono tenuti nascosti nel convento di San Francesco del Deserto, che si trova su un'isolotto davanti a Venezia. Siamo nel marzo 1945, la guerra sta per finire e l'Italia è frammentata e confusa. In uno degli ultimi accessi d'odio dell'antisemitismo, i tedeschi arrivano al convento, in cerca del bambino e di due sorelle, anch'esse ebree, anch'esse nascoste. Nella notte si deve fuggire, Pietro va con loro, guidati da frate Ernesto e da suor Elvira. Una barca, manovrata da quello che Pietro chiama Lirlandese, li porta al largo. 
È l'inizio di una fuga ricca di colpi di scena, che porterà il gruppo dalla laguna al mare e di nuovo alla terraferma, fino ai boschi del Trentino. Intanto inizia e finisce aprile e comincia maggio, ma il lettore non se ne avvede, se non dalle rare date scritte da suor Elvira su fogli che usa come diario della fuga e come sfogo per il suo segreto. Il gruppo fugge di notte, nella nebbia, nel bosco; la natura non cambia e non si vede; si sente freddo, ci si bagna, si mangia pochissimo e male. Qualcuno non ce la fa, altri entrano in scena. Primo fra tutti Karl, un tedesco che ha sofferto e, per questo, ha cambiato idea. 
Non mi pento di aver letto questo romanzo: il dolore si stempera nella parole ingenue e ridicole di Pietro, la storia d'Italia resta come sfondo sfumato di confusione e ingiustizie. Ammetto, però, di non esserne rimasta del tutto convinta. 
Innanzitutto la prosa di Pietro è troppo sgrammaticata, soprattutto se collegata ai significati che il bambino esprime, concetti filosofici profondi narrati con figure retoriche che talvolta sembrano davvero poco spontanee. In secondo luogo non mi ha convinto la scansione della trama, troppo densa di scene ad effetto, di comparse eccessive nella bruttezza o nell'enigmaticità. Questo secondo tratto toglie scorrevolezza all'intreccio, rendendolo più un susseguirsi di eventi, che un filo narrativo vero e proprio. Inoltre restano irrisolti alcuni punti che il lettore memorizza e che, a libro chiuso, danno una sensazione di incompletezza.
Resta, in ogni caso, un libro da leggere, per capire i segni che le brutture della guerra, soprattutto quando è alla fine e gli odi si scatenano in violenze inutili e vendicative, lasciano sui bambini. Loro ci portano dentro la vicenda, e loro ce ne faranno uscire, con una chiusura degna di un'epigrafe.

martedì 23 luglio 2019

Francesca Manfredi, L'impero della polvere, La nave di Teseo


Valentina ha soltanto dodici anni, ma sente che nei suoi giorni qualcosa sta cambiando. L’estate torrida è in arrivo e porta con sé paura, dolore e forti sensazioni, che non sono di bambina, ma di donna sulla soglia della vita adulta.
Nella casa di campagna, antica, tre generazioni di donne convivono e tentano di equilibrarsi. La nonna, che rappresenta la sapienza popolare e contadina, è instancabile, dura come lo devono essere le donne sagge. Devota e religiosa, coinvolge la nipote nelle sue inconsapevoli superstizioni, senza volerla appassionare alla conduzione della fattoria.
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La mamma, di soli trent’anni, guarda avanti, verso un futuro in cui non c’è più il suo compagno, il padre di Valentina, ma soltanto figure femminili e potenti. Rimpiange a tratti la giovinezza perduta nel diventare madre a diciotto anni, e ricerca una speranza senza molta convinzione, trattenendo fino alle ultime pagine i suoi segreti dolorosi.
In questo dolore viene coinvolta la bambina, con il distacco e l’incoscienza di chi vede il proprio corpo cambiare, evolversi e assorbire tutta la sua attenzione.
Questo alternarsi di dolore e futuro possibile, di libertà e doveri familiari, si manifesta al lettore attraverso calamità eterne, scritte nel Libro secoli fa, e tramandate nella memoria di popoli fino ad oggi.
Prima arrivò il sangue. Così Valentina ci introduce nel suo mondo remoto. Il sangue sgorga da lei stessa, che ne cela il segreto a tutti, poi dalla crepa nel muro, con insistiti tentativi di cancellarlo, fino alla sua sparizione. Da quel giorno, nella casa si susseguono sciagure imprevedibili dalla mente del lettore, fin quando non ritrova la propria memoria atavica e riconosce, sebbene declinate ad una modernità non descritta né percepita, le dieci piaghe d’Egitto.
Le tre donne incolpano se stesse a turno, per la responsabilità di queste disgrazie, mantenendo una irrealtà narrativa che trasforma questa semplice vicenda familiare in una storia senza tempo, in una rappresentazione della femminilità e dell’amore talvolta spietato di una madre.
Francesca Manfredi ci fa ascoltare la voce immatura ma sensata di Valentina, portandoci in un mondo incantato dove i valori sono i pilastri dell’umanità.