domenica 2 agosto 2015

Légami, ma ucciderò ancora, di Mara Rosso

La pergamena fu trovata nella cella il mattino dell’esecuzione dalla guardia giunta per condurla al rogo: la Clerionessa era sparita, lasciando dietro di sé solo l’odore acre delle erbe destinate alle sue vittime e quel messaggio sibillino.
«Allarme, la strega è fuggita!» gridò la guardia incespicando sul selciato.
Era giorno di mercato, e la folla si stava accalcando per assistere al falò della masca, catturata e sommariamente processata il giorno prima.
Spintonata fino alla gogna tra sputi e insulti, la fattucchiera avrebbe dovuto attendere l’esecuzione di mezzodì, ma di lei non c'era più traccia.
La Clerionessa era la serva del signore di Vicus Gavensis, che viveva in una torre nota come Arco delle Streghe. Aveva appreso le proprietà delle erbe e dei fiori, rigogliosi in riva al Sangone, dalle donne di famiglia, le cui radici affondavano nella notte dei tempi, quando le alture erano abitate dalle tribù celtiche che vi si erano rifugiate per sfuggire agli invasori romani, attratti dalle ricchezze di quella verde vallata.
Le erbe della Clerionessa avevano curato molti, nel corso degli anni, ma avevano anche posto fine anzitempo ai giorni terreni di alcuni che, diceva l’anziana donna, “Avevano sfidato troppo il destino”. Come quel viandante in visita al padrone la settimana prima. Sbraitava per farsi riverire come un principe, molestava le contadinelle rubizze al pascolo con le capre, gozzovigliava ruttando e scoreggiando come un qualsiasi bifolco paludato in ricchi abiti puzzolenti. Finché una sera aveva ordinato alla Clerionessa un infuso che curasse la sua tosse persistente, e lei solo troppo tardi si era resa conto che, forse, aveva esagerato con le dosi di lauroceraso.
Il viandante (un mercante che vantava crediti di notevole entità nei confronti del signore, si era poi scoperto) era stato trovato morto nel letto, e subito la Clerionessa era stata arrestata: i clerici aspettavano solo il momento giusto per porre fine all’arte di quella misteriosa donna, divenuta ormai una minaccia per loro, e il signore non aveva potuto opporsi al volere ecclesiale.

Ma la Clerionessa aveva ancora in serbo una sorpresa per i malvagi che osavano aggirarsi nei vicoli e nelle piazze di Vicus Gavensis e, un mazzetto di erbe nascosto tra le vesti consunte, si era lasciata condurre alla gogna mansueta come un agnello portato al macello, deridendoli con la sua misteriosa sparizione proprio mentre, gongolanti, sistemavano le fascine per accendere il fuoco su cui sarebbero bruciate le sue scarne membra, la sua chioma fulva e i suoi vispi occhi azzurri. Occhi che, ancora oggi, scrutano gli incauti viandanti in procinto di compiere qualche malefatta: la risata cristallina e beffarda della Clerionessa li saluta dall'Arco delle Streghe nelle notti di luna piena, e i magici legàmi, forse, non si scioglieranno mai a Vicus Gavensis... 
Antonio Nunziante. Olio su tela

venerdì 31 luglio 2015

Leonardi legge la Divina Commedia

Niente TV stasera, niente musica, balli o sghignazzi, solo un uomo che parla. Davanti a lui un leggio, sul leggio un libro, o meglio, Il Libro: la Divina Commedia.
L’uomo cammina, gesticola e racconta; con la sua voce mille immagini raggiungono a folla radunata e la trasportano lontano, nell’Italia del Trecento. Gli alberi del parco municipale diventano una selva oscura, la lieve brezza è un turbine che trascina le anime condannate. Le lacrime di Francesca da Rimini, la pena di Dante, nel vedere umiliato il suo maestro Brunetto Latini, l’alterigia di Farinata degli Uberti, l’angoscia e l’odio del Conte Ugolino non sono soltanto letti e ascoltati, sono vissuti dal pubblico. 
Le duecento sedie non bastano, altri arrivano e si fermano in piedi, poi si siedono sull’erba, incapaci di allontanarsi dal semplice suono di una voce.
Adesso siamo giunti in fondo all’inferno; le orribili gambe pelose di Lucifero sono ripugnanti al tatto, e il sollievo è reale quando anche  noi usciamo a rivedere le stelle e gli sguardi si alzano sul cielo sopra di noi.
Due sere dopo cominciamo a salire, sulle cornici del Purgatorio. Questa volta, nei mirabili versi del Sommo Poeta, c’è la speranza: i condannati sanno che la loro pena non sarà eterna. Dante può permettersi divagazioni, il dolore è stemperato da quella fiduciosa attesa.
Ascoltiamo le gesta atroci e il pentimento di Bonconte da Montefeltro, ci commuoviamo per la delicatezza di Pia de’ Tolomei e per quel suo saluto umile eppure fiero. Leonardi riveste per un momento i panni del professore e ci spiega, con le parole di Dante, i primi passi del Dolce Stil Novo, di come la fama sia cosa effimera per ogni artista, anche per il più grande.
È un attimo: siamo già in cima al monte e Beatrice ci attende, con la sua dolcezza angelica.
«Sono certo che stasera correrete a cercare la vostra Divina Commedia, per rileggere i canti dall’inizio alla fine» conclude Leonardi.
Il professore è soddisfatto: il compito che si dato, di far conoscere a tutti la letteratura italiana e le sue meraviglie, per stasera è assolto. Il pubblico, invece, aspetta ancora. Per fortuna ci saranno altre occasioni: Edoardo Favaron, lo hai promesso!  

lunedì 27 luglio 2015

Calma effervescente, di Elena Mignola

Fuori il sole già caldo, l’aria fresca, i fiori con i loro profumi e io qui dentro, in piscina. Al mio ingresso in acqua ecco di nuovo quelle stupende sensazioni, quel corpo fluido che mi abbraccia e mi ristora. Giù gli occhialini e si riparte. Scelgo di nuotare a rana, il mio stile preferito, quello che fin da bambina pratico con naturalezza, un po’ come se l’avessi imparato in una vita precedente. Testa sott’acqua, disegno il primo cerchio con le braccia e con le gambe. Soffio con il naso e con la bocca in un respiro profondo capace di liberarmi da qualsiasi angoscia anche la più terribile. Osservo le tante bollicine argentate salire lente e confuse verso la superficie. Le mie braccia tirano l’acqua, le gambe la spingono con vigore in un movimento continuo e dolce. Tutti i suoni sono attutiti, alcuni riecheggiano come fossero nell’ovatta, senza infastidire. I miei gesti si ripetono e si ripetono, sempre uguali, ma non mi annoiano mai.  Ascolto con piacere il ritmo della mia nuotata, è musica per le mie orecchie. Volo leggera e senza fatica, l’acqua è ormai un’amica con la quale ho confidenza. Sento un grande senso di pace e tanta nuova energia crescere dentro di me, sono completamente appagata. Così io e il nuoto siamo uniti da un legame forte e spontaneo che immagino durare per sempre.


martedì 21 luglio 2015

I sorrisi di Yasir, di Elisa Bevilacqua

«Ciao, come va?»
«Bene, grazie Yasir. E tu? »
«Bene, grazie, bene, bene».
«E come stai?»
«Bene, Yasir, tutto bene, grazie. E tu, tu come stai? »
«Bene, grazie, bene, bene».
I nostri malconci inglesi non ci consentono conversazioni più ardite, così ci aggiustiamo con queste scarne frasi in italiano e ci spertichiamo in grandi sorrisi.
Tra l’altro, dal punto di vista linguistico, lui non ha torto: “come va” è diverso da “come stai”.
Se fosse per me, me lo abbraccerei tutto, questo ragazzone pakistano dal viso aperto e gioviale, mi farei strizzare, ma sono una donna e ho vent’anni più di lui, non so come la prenderebbe. Diamine, potrei essere sua madre!
Così ci limitiamo a grandi dispiegamenti e distensioni di labbra e a chiederci venticinque volte in un minuto come stai e come va.
Ma fa lo stesso. Perché l’importante è stabilire un contatto, e in questo gli occhi valgono molto, molto di più della voce.
Possiamo anche stare in silenzio e ci capiamo lo stesso.
Non so quasi nulla di lui, se non che ha ventitré anni, era un sarto, arriva da un villaggio di montagna del Pakistan e ora – dopo un terribile viaggio su un “barcone” dalla Libia – è su queste altre montagne, quelle che chiamiamo “nostre”, attendendo un futuro.
Per fortuna, mentre aspetta di conoscerlo, questo domani, ha incontrato più gente sorridente che persone che digrignano i denti o blaterano di ruspe, perché quando un altro essere umano lo guardi negli occhi e ascolti la sua storia, di parlare di ruspe e di espulsioni e di “quanto costa” te ne scordi.
Nel senso che proprio te lo dimentichi. Se hai un cuore, certo.
E lui sorride così bene. Potrebbe inventarsi un lavoro: docente di corso di sorrisi. Formatore in sorrisi. Personal coach di sorrisi. Trainer di sorrisi.
Io mi ci iscriverei, a un corso di sorrisi di Yasir.
Perché con tutto quello che deve aver visto, con il viaggio che ha fatto, con l’ostilità che pure ha incontrato, con l’assenza di notizie dai suoi famigliari, con una vita rivoltata come un calzino, ringrazia posando la mano sul cuore. E sorride.

E allora, c’è una sola, unica cosa da fare: restituire.